Studenti e ricercatori

Boom di corsi a numero chiuso: per uno su cinque c’è bisogno del test d’ingresso

di Marzio Bartoloni

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Il Consiglio nazionale degli studenti universitari (Cnsu) ha approvato all'unanimità il rapporto sulla condizione studentesca per il suo mandato 2016-2019. Un report che affronta temi come il diritto allo studio, la didattica, l'internazionalizzazione e il mondo del lavoro. Tra i tanti numeri messi in fila anche un dato che registra un fenomeno: quello dell’avanzata dei corsi a numero chiuso decisi dagli atenei in totale autonomia, a differenza di quelli ad accesso programmato che sono “chiusi” per legge (la 264/1999). Corsi a numero chiuso che sono passati dai 919 del 2013 ai 972 del 2017. In pratica ormai un corso su 5 è a numero chiuso (il 21,9% dei 4441 totali). Ma se si aggiungono anche i 720 ad acceso programmato a livello nazionale (il 16,2%), quelli totalmente liberi sono il 61,9 per cento.

Le regole cambiano da ateneo ad ateneo
«Per corsi di laurea differenti da quelli citati nella Legge 264/99 esiste una vasta eterogeneità in termini di accessibilità », avverte il report. È così possibile che uno specifico corso di laurea sia a numero chiuso in una università e aperto in quella a pochi chilometri di distanza: «Molti atenei infatti - avverte il report degli studenti - hanno potuto applicare un test di ammissione in totale autonomia con l’obiettivo di accogliere un numero “congruo” di studenti relativamente alle strutture e alle risorse a disposizione». Una scelta che a volte non è stata sufficientemente giustificata dalle università, tanto che non sono mancati i ricorsi al Tar degli studenti. Come nel caso del tentativo della Statale di Milano che l’anno scorso ha provato a inserire il numero chiuso per le lauree umanistiche. Una decisione che i giudici amministrativi hanno giudicato di fatto eccessiva (per queste lauree non ci sono a esempio esigenze particolari di laboratori o di un numero ristretto docenti-studenti).

Il rapporto del Cnsu e le reazioni degli studenti
«Questo rapporto è lo strumento più incisivo che abbiamo come organo di massima rappresentanza - afferma la presidente Anna Azzalin - e sarà compito di tutti saperlo sfruttare appieno e nel migliore dei modi per riportare al centro del dibattito politico l'Università. Per questo auspico che il Miur e la politica tutta ne recepisca i contenuti». «Non è stato facile reperire i dati e mettere a sistema tematiche così corpose e importanti - aggiunge Carlo Garau, capogruppo dell'Udu - , ma ritengo che la politica da questo rapporto potrà e dovrà imparare molto. Quello che è emerso, infatti, in continuità con il rapporto dello scorso Cnsu, è proprio la scarsità di risorse in tutti i settori anche nel confronto con il resto dei Paesi europei».Un punto questo su cui insiste anche Elisa Marchetti coordinatrice dell’Udu: «Chiediamo che il nuovo governo apra le porte al confronto con gli organi di rappresentanza e i soggetti rappresentativi del Paese. La politiche devono partire dall'analisi dei fatti e dei dati che restituiscono una situazione di estrema difficoltà per l'Università italiana». Sulla stessa linea Andrea Torti di Link Coordinamento universitario: «il Rapporto descrive una situazione di forte difficoltà nell'accesso agli studi, specie se confrontiamo i nostri dati con il resto d'Europa, solo il 10,9% degli studenti è idoneo di una borsa di studio e tra questi 7490 non ottengono la borsa per mancanza di finanziamenti. Il neoministro prenda atto di questa situazione e intervenga con misure strutturali, rendendo l'Università accessibile a tutti e tutte».


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