Pianeta atenei

La laurea è «doppia» in sette atenei su dieci

di Francesca Barbieri

Internazionalizzazione. È la parola d’ordine delle università italiane, sempre più impegnate a stringere alleanze con gli atenei stranieri per offrire una carta in più sul mercato del lavoro ai nostri laureati, che hanno un gran bisogno di recuperare terreno sullo scacchiere europeo, soprattutto nei primi anni dopo il titolo. Il tasso di occupazione dei giovani “dottori” tra i 25 e i 34 anni è del 66,2%, oltre 20 punti in meno rispetto a Germania (87,2%) e Francia (86,6%) e ben al di sotto della media Ue (84,4%). Ma, al tempo stesso, viene mantenuta alta la selezione delle matricole, con l’intensificarsi dei test per il numero chiuso e per l’orientamento.

Nell’identikit dei 4.740 corsi di laurea in partenza per l’anno accademico 2018/19, a spiccare è da un lato il trend dei double degree, percorsi che portano a titoli riconosciuti in Italia e in uno o più Stati stranieri. Sono 651 in 62 poli, aumentati del 10% rispetto al 2017/18 e più che raddoppiati sul 2011/2012 (erano 304). Il numero chiuso è invece previsto per 2.077 corsi, in leggera crescita rispetto ai 2.054 del 2017/18. E se consideriamo anche i corsi per i quali è d’obbligo il test di orientamento (che consente comunque di iscriversi eventualmente con un debito formativo da colmare) si supera quota 3.500. Insomma le matricole si devono mettersi alla prova in 3 casi su 4, anche se il quadro potrebbe cambiare visto che il nuovo Governo punta a rivedere il sistema di accesso per il numero programmato (si veda l’articolo a destra).

Double degree e corsi in inglese

Restringendo il focus sui corsi di respiro internazionale, dagli ultimi dati del Miur, emerge la crescita dell’appeal sui giovani: nell’anno accademico 2016/17, oltre a 36mila studenti iscritti al programma Erasmus, si contavano anche più di 32mila studenti dei corsi con titolo doppio o congiunto(rispetto ai 29mila dell’anno precedente e ai 19mila del 2014/15). A fare da apripista è stata l’università Bocconi di Milano con il programma Cems che proprio quest’anno compirà 30 anni e vede oggi il coinvolgimento di 31 business school internazionali (tra cui Esade, Hec Parigi e l’università di Colonia). «In un mondo dove le barriere sono sempre più alte -spiega Stefano Caselli, prorettore per gli affari internazionali - queste esperienze permettono di avere una sorta di “patente” per entrare in un mercato del lavoro molto competitivo. Basti pensare alla Cina o a Singapore, dove oggi senza un titolo riconosciuto uno studente internazionale non può fare nemmeno uno stage».

Ma non è l’unica. I titoli doppi o congiunti sono ormai proposti dal 70% degli atenei, da Nord a Sud. L’università di Palermo ad esempio ha 25 double degree, da tourism system and hospitality management con la Florida international university (prima laurea magistrale in turismo del Sud Italia con un ateneo statunitense) a musicologia e scienze dello spettacolo con la Sorbonne di Parigi.

Per molti, poi, la vera scommessa è creare aule internazionali in Italia. Un fronte che vede in prima linea il Politecnico di Milano. «Nelle nostre lauree magistrali in inglese – spiega il rettore Ferruccio Resta – un terzo degli iscritti arriva dall’estero e per alcuni corsi si supera il 50 per cento. In generale poi il bilancio è positivo: si sono ridotti gli abbandoni con tassi di occupazione del 94% a un anno dal titolo».

Ma sulla possibilità di proporre corsi esclusivamente in inglese bisogna fare i conti con la sentenza del Consiglio di Stato del 29 gennaio scorso, che ha confermato la bocciatura (già espressa dal Tar nel 2013) della decisione del Politecnico di Milano di organizzare intere lauree magistrali e dottorati solo in lingua inglese. Il Miur ha deciso di aprire un tavolo con la Conferenza dei rettori che dovrà “dettare” delle linee guida alle università per allinearsi al diktat dei giudici. Ma non da subito. Per l’anno accademico 2018/19, infatti, è stato deciso che tutto resterà come prima. E passando in rassegna l’offerta didattica di tutti gli atenei emerge che le proposte di corsi in inglese sono in crescita, da 339 a 351 e se consideriamo anche i corsi parzialmente in inglese l’offerta quasi raddoppia superando i 650 corsi per oltre 70mila studenti.

Le nuove regole dovrebbero debuttare dal 2019/2020. Le università avranno tre strade per adeguarsi alla sentenza del Consiglio di Stato: istituire corsi gemelli in italiano, inserire solo alcune lezioni in italiano, introdurre un criterio di prossimità. Ma anche in questo caso il nuovo Governo potrebbe cambiare le regole del gioco.


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