Studenti e ricercatori

Aumenta l’occupazione dei laureati: l’Italia si avvicina al livello pre-crisi

di Eugenio Bruno

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Laurearsi conviene. Anche ai fini della ricerca di un lavoro. Lo certifica l’Istat in più di un passaggio del suo cospicuo rapporto sulla situazione del Paese. Quando, ad esempio, afferma che «si conferma il ruolo dell'istruzione quale fattore protettivo». Nel 2017, infatti il tasso di occupazione è cresciuto per tutti i livelli di istruzione, con un incremento più elevato per i laureati.

Il (quasi) ritorno al livello pre-crisi
Nell'ultimo decennio la riduzione del tasso di occupazione è stata più contenuta per i laureati, che hanno quasi recuperato il livello del 2008 (78,3 per cento contro il 78,5). Nel 2017 sono occupate poco più di quattro persone su dieci con al massimo la licenza media e quasi due terzi dei diplomati. Il titolo di studio può essere un antidoto per cominciare a ridurre il gender gap. A tal proposito l’Istituto di statistica sottolinea che il divario di genere, comunque a sfavore delle donne, diminuisce al crescere del livello d'istruzione: nel 2017 le differenze dell'indicatore diminuiscono da oltre 25 punti per chi ha al massimo la licenza media fino a 8,4 punti per i laureati.

I canali di accesso al lavoro
Un ruolo più attivo del sistema di istruzione può concorrere a mitigare le asimmetrie informative e la scarsa contendibilità delle posizioni migliori, che spesso si ripercuotono in un imperfetto abbinamento tra le competenze dei laureati e quelle richieste dalle aziende.Nell’esaminare un gruppo di giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno conseguito il titolo nel 2011 e quattro anni dopo hanno trovato un’occupazione il rapporto ricorda che uno su tre ha utilizzato l'inserzione su giornali e internet o l'invio di curriculum a datori di lavoro. A seguire il canale informale della segnalazione di parenti e amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro, dichiarata dal 24,3 per cento. In un altro 10% di casi il tramite sono state le università. Più bassa invece l’intermediazione dei centri per l’impiego (4,7%) o i concorsi pubblici (7,6%).
Il tramite degli atenei risulta rilevante soprattutto per i laureati in ingegneria (21,5%) e o in un altro gruppo scientifico (19,2%) mentre è decisamente marginale per i gruppi giuridico e psicologico (2,8 e 3,1 per cento, rispettivamente) per i quali l'accesso al mondo del lavoro prevede il superamento di un ulteriore esame.
Le proporzioni si ribaltano se si passa ad analizzare l’importanza dei tirocini. Che, insieme agli stage, Favoriscono l’accesso alla professione in quegli ambiti disciplinari per i quali rappresentano un requisito di accesso predeterminato (scienze psicologiche 15,6 per cento, scienze economico-statistiche 15,2 per cento e giuridiche 14,3 per cento).

La qualità del posto di lavoro
Il meccanismo di selezione concorsuale o il tramite dell'università risulta, sempre secondo l’Istat, il più adatto a far incontrare le necessità della domanda e dell'offerta qualificata.Le selezioni attraverso un concorso pubblico o la segnalazione dell'università portano infatti a impieghi qualitativamente superiori rispetto a quelli ottenuti attraverso gli altri canali, garantendo inoltre al laureato di utilizzare le conoscenze acquisite nel suo percorso di studio, di svolgere con autonomia le proprie mansioni, fornendo maggiori possibilità di carriera e arricchimento professionale e, in generale, un miglior ritorno dell'investimento in istruzione. Con un monito finale che ogni governo dovrebbe tenere presente. L’Istituto di statistica ci ricorda che «un’ottimale allocazione del capitale umano rappresenta, per un verso il ritorno dell'investimento in istruzione fatto dalla famiglia e per un altro il prerequisito affinché il capitale sia valorizzato al meglio, nell'interesse individuale (retribuzione, crescita e realizzazione di sé), imprenditoriale (produttività e valore dell'impresa) e sociale».


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