Studenti e ricercatori

L’università archivia la crisi con 290mila matricole

di Eugenio Bruno e Marzio Bartoloni

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L’università italiana sta per mettersi la crisi alle spalle. Almeno quella delle matricole. La conferma giunge dai dati definitivi sulle ultime immatricolazioni che Il Sole 24 Ore è in grado di anticipare. E che riportano il nostro Paese molto vicino alla barriera “critica” delle 300mila unità. Una soglia da cui si era allontanato dieci anni fa.

L’effetto no tax area per le borse di studio, che è stata introdotta dalla manovra 2017 ma ha dispiegato i suoi effetti a partire da quest’anno, c’è stato dunque. Anche se in misura inferiore alle attese visto che le prime stime parlavano di un aumento degli iscritti intorno al 5 per cento. In realtà il dato finale si è assestato sul +2,4 per cento. Nel complesso sono 290.131 gli studenti che nel 2017/2018 hanno scelto di iscriversi a un corso universitario. Per trovare un livello simile bisogna tornare indietro al 2008/2009.

L’altra buona notizia è che risultano in aumento anche gli immatricolati freschi di diploma superiore. Dei 7mila ingressi in più oltre 2mila hanno un’età non superiore ai 19 anni (+1,2% rispetto all’anno prima). La stessa crescita ha interessato il numero totale delle nuove carriere (490 mila). Chi si è iscritto per la prima volta nell’88% dei casi ha scelto un corso di studi I livello (laurea triennale) e il 12% un corso a ciclo unico; chi aveva già un’esperienza universitaria alle spalle ha optato, per il 61%, per una laurea magistrale. La parte restante si è divisa tra triennale (32%) e ciclo unico (7%).

L’aumento delle matricole ha interessato quasi tutto lo stivale. Fatta eccezione per le regioni centrali che hanno perso più di mille iscritti (-1,8%). L’ascesa più sensibile si è verificata al Nord-est che è passato da 55.499 a 59.294 immatricolati (+ 6,8%). A Seguire il Mezzogiorno (+3,5%), il Nord-Ovest (+2,6%), e le Isole (+0,3%).

Anche quest’anno le aule universitarie saranno affollate soprattutto di donne. Che si confermano maggioranza, sia che si tratti di una prima immatricolazione (55% contro il 45% di uomini) sia che riguardi una carriera successiva, dove il rapporto diventa di 54 a 46. Sempre a favore della componente femminile, che continua però a trovare meno attrattive le materie scientifiche: le quote rosa qui si fermano al 38% contro il 68% dell’area sanitaria e addirittura al 76% di quella umanistica. Sempre a proposito di scelte, gli ambiti più gettonati dai neoiscritti nel loro complesso risultano quello scientifico (35,6%) e il sociale (34,2%). Preferenze che si ribaltano se si passano ad analizzare le carriere successive.

Fin qui i dati del Miur. Che risultano ancora più importanti in un Paese che fatica ad abbandonare il penultimo posto in Europa per i laureati nella fascia d’età 30-34 anni. Iscriversi, senza magari abbandonare dopo il primo anno, è il primo passo per cominciare a risalire la china e avvicinarci ai nostri competitor diretti (Germania, Francia, Regno Unito).

Un aiuto ulteriore potrebbe arrivare da una definizione più puntuale della sorte che toccherà alle lauree in lingua inglese. Che piacciono sempre più agli studenti, come dimostrano le ultime rilevazioni disponibili: nel 2016/17 le hanno scelte oltre 16mila allievi tra magistrali (12.852), triennali (2.749) e a ciclo unico (698). Una volta che saranno noti anche i dati del 2017/18 potrà valutarsi meglio l’impatto dei paletti imposti nei mesi scorsi dal Consiglio di Stato. Nell’accogliere il ricorso contro il Politecnico di Milano, i giudici di Palazzo Spada hanno di fatto vietato l’istituzione di corsi erogati integralmente in inglese se lo stesso ateneo non prevede la medesima offerta anche in italiano.

I rettori sono ancora in attesa di un’indicazione per uscire dal cul de sac. E che il tema sia cruciale per l’offerta universitaria lo confermano anche i vertici delle nostre accademie. In un recente rapporto sull’internazionalizzazione della formazione superiore, curato dal rettore di Pavia Fabio Rugge, viene sottolineato il ruolo cruciale dei corsi in lingua inglese. Tant’è che vengono definiti uno «strumento principe per l’internazionalizzazione». Sul punto lo studio evidenzia due lacune da colmare: la «bassa percentuale di studenti internazionali rispetto a quelli italiani» e «l’inesistenza di un sistema di verifica delle capacità linguistiche dei docenti» anche per modernizzare la didattica. Da qui la proposta della Crui di istituire un sistema di accreditamento volontario attraverso un’Agenzia ad hoc.

Tale richiesta finirà sul tavolo del nuovo governo insieme alla richiesta del Cun di una manutenzione delle classi dei corsi di studio «cercando di inserire elementi che favoriscano la creazione di percorsi internazionali». Senza misure spot però, è la raccomandazione del Consiglio universitario nmazionale, ma con un itervento organico.


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