Studenti e ricercatori

I laureati che decidono di lavorare all’estero guadagnano molto di più di chi resta in Italia

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L’ultimo rapporto di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani ha permesso di analizzare le differenze retributive sulla base della diversa collocazione geografica dei laureati occupati e di approfondire le divergenze rispetto alle retribuzioni percepite dai colleghi che, una volta terminati gli studi universitari, hanno scelto di intraprendere un percorso professionale oltreconfine. «Per fare ripartire il Paese - spiega il professore Andrea Cammelli fondatore e direttore dal 1994 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea - occorre realizzare politiche economiche e riforme istituzionali finalizzate a valorizzare le risorse umane del Paese, operazione che passa anche attraverso la riqualificazione in tempi rapidi della sua classe dirigente». Tra gli strumenti utili a questo scopo, oltre a quelli tradizionali di sostegno all'attività innovativa, vi sono la promozione dell'imprenditorialità dei laureati e le misure a favore del rientro e della circolazione dei cervelli». «Ma la perdita di capitale umano - avverte Cammelli - è un fenomeno reversibile, e il brain drain può essere trasformato quanto meno in brain circulation attraverso adeguate politiche di attrazione di cui fanno parte, oltre che gli interventi a favore della ricerca, anche i provvedimenti a sostegno della nuova imprenditorialità».

Differenze retributive tra Nord e Sud
L’indagine compiuta nel 2013 sui laureati magistrali evidenzia il perdurare di un marcato divario territoriale in termini retributivi tra Nord e Sud: a un anno dalla laurea (laureati del 2012) il differenziale retributivo tra Nord e Sud è pari al 24%; a cinque (laureati del 2008) è nell'ordine del 20%. Entrando nel dettaglio dell’analisi emerge infatti che a dodici mesi dal conseguimento del titolo magistrale, coloro che lavorano al Nord guadagnano 1.070 euro mensili netti, contro gli 860 degli occupati nel Mezzogiorno, e i 983 euro percepiti dai colleghi impegnati nelle regioni centrali. Il differenziale retributivo, sebbene nel lungo periodo sia tendenzialmente in calo, viene confermato anche a cinque anni dalla laurea: 1.385 euro per i laureati occupati al Nord contro i 1.150 euro percepiti da coloro che sono occupati nel Mezzogiorno.

Le differenze si accentuano rispetto a chi lavora all’estero
A un anno i laureati – cittadini italiani- che lavorano all'estero- che a un anno dal titolo sono pari al 5% del complesso degli occupati magistrali – percepiscono retribuzioni nettamente più elevate rispetto a quelle degli occupati in Italia. Il guadagno è pari a 1.550 euro mensili netti contro 1.003 dei colleghi rimasti in madrepatria. Il differenziale uomo e donna permane purtroppo anche all'estero: gli uomini sono più favoriti e guadagno in media 1.823 euro netti al mese, contro i 1.533 delle loro colleghe. (Anche se, qualche volta la vita all'estero, costa molto di più!). A cinque anni dal titolo il divario retributivo aumenta: gli italiani che lavorano all’estero - pari al 7% del complesso degli occupati magistrali- dispongono di un guadagno mensile netto nettamente superiore alla media, 2.215 euro contro i 1.324 degli occupati in Italia. Non solo, ma le retribuzioni nominali aumentano con il trascorrere del tempo in particolare tra coloro che lavorano all'estero: tra uno a cinque anni dal conseguimento del titolo magistrale la crescita del salario per chi lavora all'estero è del 38%, contro il +21% di chi rimane a lavorare in Italia.

L’idenikit di chi si sposta all’estero
Un’analisi più approfondita dei dati del XVI rapporto Almalaurea conferma che quanti decidono di spostarsi all’estero vengono da famiglie più favorite presentano migliori performance di studio, sia in termini di voti che di tempi di conseguimento del titolo, e possono contare su condizioni di lavoro più vantaggiose. In testa, tra i laureati che più di frequente decidono di emigrare per motivi di lavoro oltreconfine, ci sono i laureati magistrali ingegneri (31% degli occupati all'estero), ma anche i laureati dei gruppi politico-sociale (15%), economico-statistico (13%) geo-biologico, scientifico e linguistico (in tutti i casi 7%). Ma in quali paesi vanno a lavorare? La maggior parte lavora in Europa (82%), cui si aggiunge un ulteriore 9% di occupati in America; continente africano (3%), asiatico e in Oceania (2% per entrambi). Più nel dettaglio, nel Regno Unito giunge il 17% dei laureati italiani, in Francia il 15%, in Germania il 12% e in Svizzera l’11%; seguono Stati Uniti e Belgio (7% per entrambi).Dall’indagine emerge che all’estero sono più frequenti i contratti a tempo indeterminato, 58% contro 52% degli occupati in Italia; mentre i contratti non standard (prevalentemente a tempo determinato) coinvolgono il 26,5% dei laureati italiani occupati all'estero contro il 12% dei colleghi rimasti in madrepatria. Non stupisce pertanto che anche l'efficacia del titolo risulti superiore per i laureati che lavorano all'estero: il 62% dei laureati dichiara che il titolo è efficace o molto efficace contro il 54,5% dei colleghi non espatriati.


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