Famiglie e studenti

La scuola Orienti meglio per aumentare la mobilità sociale

di Andrea Gavosto

Sappiamo che le società moderne convivono con gradi diversi di disuguaglianza dei redditi, nella ricerca di un difficile equilibrio fra adeguati incentivi al lavoro e all’imprenditività, da un lato, e la partecipazione di larghi segmenti della popolazione ai benefici della crescita economica, dall’altro. Quello a cui nessun sistema - neanche quello più “mercatista” - può però rinunciare è la mobilità sociale fra generazioni e a come favorirla. Parafrasando la nostra Costituzione, sarebbe deleterio per il progresso economico e sociale, oltre che profondamente ingiusto, impedire di realizzare le proprie ambizioni a chi ha sia un elevato potenziale sia la voglia di impegnarsi, solo perché proviene da un ambiente svantaggiato.

Il grado di mobilità sociale è dunque una misura sostanziale dell’efficacia e della giustizia di una società.

Nel 2018 l’Ocse ha pubblicato un importante studio dal titolo “L’ascensore sociale si è rotto?”, da cui emerge come a partire da metà degli anni ‘70 la dinamica sociale nei paesi avanzati abbia sensibilmente rallentato: oggi per un bambino che provenga dal 10% più povero occorrono quattro-cinque generazioni, ovvero 100 anni, per portarsi sui redditi medi del proprio paese. Un tempo infinito e un colossale sperpero di talenti.

L’Italia non è diversa. Secondo uno studio del 2019 di Acciari, Polo e Violante la nostra società risulta avere più mobilità fra generazioni di quella degli Stati Uniti, ma meno dei paesi scandinavi, che sono i più virtuosi. Fra i fattori che determinano una maggiore o minore velocità nel salire i gradini della scala sociale, conta soprattutto l’istruzione. Come sottolinea lo studio dell’Inapp, negli ultimi decenni i figli sono troppo spesso rimasti fermi allo stesso titolo di studio dei loro genitori: solo negli ultimi anni si è assistito a qualche progresso. Non è stato sempre così: nel secondo dopoguerra, erano stati compiuti enormi progressi di mobilità sociale grazie alla rapida scolarizzazione del Paese.

Dove si è bloccato l’ascensore sociale dell’istruzione? Soprattutto in due snodi critici: la scelta dell’indirizzo di scuola superiore e quello dell’università. Il primo rappresenta un vero e proprio ostacolo alla mobilità sociale: un terzo di chi frequenta i licei proviene da famiglie di laureati, a fronte di uno su cinque da famiglie con al massimo la licenza media. All’estremo opposto, uno su due fra gli studenti degli istituti professionali viene da un background di minor istruzione. Come superare questo blocco? La risposta non può che essere una maggiore capacità della scuola media a orientare le scelte scolastiche successive sulla base delle attitudini e non dell’origine sociale, come purtroppo avviene spesso.

Il secondo snodo critico è l’accesso all’università. Mentre l’immatricolazione al triennio non appare particolarmente legata all’origine sociale, il vero rischio è che i ragazzi che vengono da ambienti svantaggiati abbiano minori capacità di orientarsi verso corsi di laurea “forti”, come quelli scientifici, che garantiscono una maggiore occupazione. Inoltre, sappiamo che i figli dei laureati frequentano più spesso lauree magistrali, master, dottorati, che aiutano a promuovere il proprio ruolo lavorativo e sociale: solo il 17% dei figli di non laureati giunge infatti alla laurea magistrale contro il 49% dei figli dei laureati. Anche in questo caso, un efficace orientamento al termine delle superiori è la strada più sicura per aumentare la mobilità sociale.


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