Famiglie e studenti

La generazione perduta del Covid buchi di apprendimento del 30-50%

di Redazione Scuola

Mentre governo e politica discutono, e litigano, su calendari e percentuali di rientro a scuola in presenza, tra famiglie, aziende ed esperti di education inizia a serpeggiare una grande preoccupazione legata agli strascichi che l’emergenza sanitaria comporterà nei prossimi mesi/anni sugli apprendimenti degli studenti, e quindi sul loro futuro, sociale e lavorativo, che rischia di subire danni pesanti.

Ad accendere una spia rossa, che purtroppo non sta trovando eco nel dibattito pubblico di questi giorni, sono i risultati di primi studi internazionali sulle competenze degli alunni costretti a lockdown più o meno prolungati e al ricorso alle lezioni on line a causa del Covid-19. Ce li anticipa la professoressa Anna Maria Ajello, presidente dell’Invalsi, e una vita, professionale e accademica, a convincere ministri e decisori politici dell’importanza di una seria valutazione del percorso scolastico dei ragazzi. Un primo paper riguarda l’Olanda, dove le chiusure severe sono durate otto settimane e il sistema formativo ha potuto disporre di ottime strumentazioni e collegamenti per la didattica in remoto (una situazione, perciò, ben distante dall’Italia). Ebbene, prima e dopo il lockdown, ci racconta Ajello, «sono stati condotti test massivi sulla scuola primaria. Confrontando i risultati con quelli di test analoghi condotti in anni precedenti, i ricercatori hanno evidenziato che la differenza negli esiti indicava che il periodo della didattica a distanza corrispondeva a una vera e propria mancanza: in altri termini, durante quel periodo, gli studenti avevano imparato poco o nulla; e, come era lecito aspettarsi, le carenze maggiori si sono registrate in studenti dal background familiare più svantaggiato».

Un altro esempio è la Francia, che già dalla scorsa estate, a differenza che da noi, ha messo in campo un sistema di attività compensative, articolate poi sino all’autunno a scuola iniziata, per provvedere al recupero delle competenze carenti che sono state accertate mediante specifiche prove con l’apertura delle scuole. Anche Parigi ha scoperto, ed è subito corsa ai ripari, che gli studenti francesi avevano accumulato lacune nelle materie tecnico-scientifiche, in parte, seppur meno, anche in quelle letterarie. «Altri studi condotti negli Usa - ha aggiunto ancora Ajello - hanno confermato il trend, evidenziando come le perdite di apprendimento maggiore riguardino la matematica rispetto alla comprensione della lettura. Questo perché, viene sostenuto, la matematica è insegnata a scuola sistematicamente e in genere i genitori sono meno “attrezzati” su questa disciplina, per cui la didattica a distanza da un lato, e la scarsa competenza di mamma e papà dall’altro, finiscono per avere un effetto cumulativo peggiorativo dell’apprendimento».

Un altro studioso di scuola del calibro di Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, che, assieme ad altri esperti, ha lanciato in questi giorni la proposta di far proseguire le lezioni in Italia in estate, fino al 30 giugno e anche più in là - in particolare per gli studenti che a giudizio delle scuole siano rimasti indietro - conferma la preoccupazione. «Gli studi americani - ha spiegato Gavosto - rivelano un gap formativo stimato in un range dal 35 al 50% in matematica e nella propria lingua rispetto agli studenti degli anni prima allo stesso punto del programma, con variazioni in base al grado di scuola: peggio al primo ciclo, un pò meglio alle superiori. In Olanda in otto settimane di lockdown si è perso circa il 20% del progresso previsto per l’anno scolastico. Se in Italia le cose fossero andate come in Olanda - e non è ragionevole pensare che siano andate meglio - la perdita di apprendimenti causata dalle 14 settimane di chiusura da marzo sarebbe probabilmente superiore al 30%. A cui andrebbe poi aggiunta quella degli ultimi mesi, in questo caso soprattutto alle superiori».

Ecco si tratta, purtroppo, di un “gap” aggiuntivo per i nostri studenti. Che, come si sa, non partono affatto bene, già da quando la scuola era in presenza. Pre-pandemia, infatti, lo si ricorderà, suscitò scalpore il dato come appena il 77% degli alunni italiani avesse raggiunto un livello di competenze in lettura tale da affrontare e risolvere problemi pratici, e appena il 5% fosse rientrato nel “top performer”, a fronte di una media Ocse del 9 per cento.

E tutto questo, senza dimenticare i cronici divari di competente Nord-Sud certificati dall’Invalsi: in alcuni territori del Mezzogiorno, Calabria in testa, queste differenze arrivano a rappresentare circa un anno scolare indietro per quegli studenti; detto altrimenti, significa che in base ai loro esiti è come se avessero frequentato un anno precedente.

Certo ci sono eccezioni, ma i più si collocano a livelli bassi di risultati. Un allarme nell’allarme se, come è emerso da un’indagine Ipsos-Save The Children, uno studente su due pensa di aver sprecato un anno a causa del virus, e circa 34mila giovani delle superiori, per le assenze prolungate dalle aule, rischiano di abbandonare gli studi.

Il ministero dell’Istruzione è consapevole del problema; ma, al momento, non ha deciso ancora nulla, vista anche l’assenza di una “mappatura” degli studenti italiani che, sembra paradossale, ma in Italia non c’è, perché lo scorso anno, per una scelta politica miope, non sono state svolte le prove Invalsi (quest’anno ancora non si sa).

Il mondo delle imprese guarda attonito alla sottovalutazione di politica e governo dell’allarme sugli apprendimenti: «L’ampio ricorso alla Dad, oltre che sulle competenze, avrà effetti negativi sui comportamenti e l’emotività dei nostri giovani che stanno perdendo in relazioni e socialità - ha evidenziato Gianni Brugnoli, vice presidente di Confindustria per il capitale umano, tra i primi nei mesi scorsi a lanciare l’alert sulle ricadute negative sui ragazzi di una scuola così a lungo da remoto -. Si tratta di un danno enorme anche per noi imprenditori visto che nel mondo del lavoro di oggi competenze trasversali e lavoro in team sono aspetti fondamentali. Mi auguro che si delinei rapidamente un piano, serio e strutturato, di recupero degli apprendimenti, utilizzando anche i mesi estivi. Già con una natalità ai minimi termini, se viene meno anche l’apporto di giovani preparati e attivi, il nostro Paese rischia una perdita di competitività nei prossimi anni, da cui sarà difficile riprendersi».


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