Famiglie e studenti

Ritorno in classe e recuperi estivi: contrario il 70% degli insegnanti

di Claudio Tucci

Davanti a una ripresa delle lezioni “a spezzatino”, a cui andremo incontro da oggi ad almeno il 31 gennaio, da una fetta del mondo della scuola, vale a dire gli insegnanti, arrivano due messaggi piuttosto chiari. Il primo, è che per la stragrande maggioranza dei docenti, il 70,4% per l’esattezza, scuole e università vanno tenute chiuse fino a emergenza sanitaria rientrata. E quindi, avanti con la didattica integrata digitale, seppur tra mille difficoltà di connessione e nonostante l’impegno, in direzione opposta, di governo, regioni, presidi a riportare tutti in classe, in sicurezza, il prima possibile. Il secondo messaggio, che suona anche come un «Alt» preventivo a qualsiasi ipotesi, circolata nei giorni scorsi (si veda anticipazione sul Sole24Ore del 20 dicembre), di allungare le attività didattiche almeno fino al 30 giugno (con eventuali sconfinamenti anche nella prima metà di luglio) per recuperare gli apprendimenti persi in questi mesi: alla domanda, esplicita, se gli studenti devono svolgere attività di recupero estive, la risposta «Sì» è stata data da appena il 30,2% dei professori.

La fotografia è stata scattata da un’indagine dell’Inapp, a cui hanno partecipato un migliaio di docenti in servizio al momento della chiusura di scuole e università per via dell’aggravarsi della situazione sanitaria.

Ebbene, le lezioni on line, che l’esecutivo ritiene debbano essere complementari alla didattica in presenza, sono sostanzialmente, e anche un po’ a sorpresa, promosse dai professori. Tanto è che un numero rilevante di insegnanti (46,5%) ha dichiarato di voler approfittare dei benefici delle piattaforme digitali per attività come i colloqui con studenti e genitori, i collegi docenti, ad esempio; e, in generale, ha aggiunto il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda, «si conferma la volontà di continuare a utilizzare le tecnologie Ict anche quando, si spera presto, la pandemia sarà sconfitta». Certo, la formazione del corpo docente è, per forza di cose, centrale, visto che, come ha ricordato anche l’Ocse, solo 1 prof italiano su quattro ha competenze Ict di base in grado di garantire agli studenti una adeguata formazione informatica (in Europa 3 su 5).

L’analisi Inapp ha confermato poi gli storici nodi della nostra scuola, vale a dire organici insufficienti, inadeguata dotazione strumentale, insegnanti con la maggior presenza di over50 tra i paesi Ocse: il 59% dei professori ha infatti più di 50 anni, e sono appena lo 0,5% i professori con un’età compresa tra i 25 e i 34 anni.

Un altro aspetto da evidenziare è una così ampia contrarietà dei docenti ai corsi estivi per il recupero degli apprendimenti, persi, in tutto o in parte, in questi mesi, dai ragazzi. In Italia, a onor del vero, manca un dato ufficiale sul gap formativo, considerato come lo scorso anno le prove Invalsi non sono state svolte (per quest’anno una decisione non è ancora stata presa).

Il tema delle competenze è altrettanto centrale, visti anche i primi campanelli d’allarme che arrivano dalle indagini internazionali e che hanno evidenziato una perdita di apprendimenti forte, soprattutto in matematica e nella lingua madre, per effetto delle misure restrittive dovute al Covid-19 e delle lezioni da remoto, altrove meno prolungate che da noi. Sul punto, si rischia di ripetere lo stesso film di settembre, quando dovevano partire i corsi di recupero delle insufficienze di giugno. Ebbene, in tante scuole questi corsi non si sono proprio fatti. Il perchè lo spiegano i presidi: «Per la contrarietà dei docenti, a fine estate, a svolgerli in presenza, dopo che il ministero dell’Istruzione li aveva considerati attività ordinaria», e quindi non retribuita. Una scelta che, probabilmente, è alla base oggi anche delle risposte all’indagine Inapp.


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