Personale della scuola

Più le scuole restano chiuse maggiore è la caduta del Pil

di Eu. B e Cl.T.

Non è un caso se i nostri vicini di casa (Francia e Germania) che hanno già optato per un lockdown più o meno morbido stiano provando a tenere aperte le scuole. Nella letteratura internazionale si va via via consolidando l’idea che le conseguenze negative legate alla cosiddetta «perdita degli apprendimenti», collegata alla chiusura della didattica in presenza e a alla sostituzione tout-court con quella a distanza, vadano oltre la carriera scolastica del singolo e rischino di abbattersi invece sull’intera collettività. Come testimonia un recente studio dell’Ocse secondo cui un terzo di anno scolastico perso può comportare un calo del Pil dell’1,5% fino alla fine del secolo. Numeri che andrebbero tenuti presente anche a queste latitudini vista la facilità con cui molti governatori hanno innalzato dal 75 al 100% l’asticella delle lezioni a distanza alle superiori e in un paio di casi (Campania e Puglia) hanno esteso la serrata alle medie e alle elementari.

Lo studio Ocse

Partendo dal lockdown di primavera lo studio The economic impacts of learning losses rilasciato a fine settembre esamina il costo economico della perdita degli apprendimenti. Partendo dal singolo studente che, a causa della chiusura delle scuole già subita, rischia di lasciare sul terreno fino al 3% dei suoi guadagni futuri. Ma è una stima che prevedeva l’immediato ritorno ai livelli di istruzione pre-crisi. Figurarsi adesso che l’emergenza si sta protraendo. Il passaggio ulteriore contenuto nel paper dell’Ocse è quello di provare a calcolare anche la perdita per l’intero Paese. Rinviando alla tabella qui sotto per gli ulteriori dettagli in questa sede ci limitiamo a richiamare il -1,5% di Pil in media fino alla fine del secolo che potrebbe derivare dalla perdita di un terzo dell’anno scolastico. Numeri conditi con una riflessione quanto mai attuale: il calo può essere ancora più profondo per gli studenti svantaggiati. Da qui l’invito ad adottare un modello di istruzione online la più individualizzata possibile per cercare di recuperare anche a distanza chi resta indietro.

Il caso italiano

Un paese come l’Italia, che già in partenza soffre di forte divaricazioni territoriali nel campo dell’istruzione, questi rischi sono ancora più rilevanti. E non è un caso che un dirigente scolastico di lungo corso come Mario Rusconi, presidente dell’Associazione presidi del Lazio, sottolinei: «Trasformare tutto l’insegnamento in Dad vorrebbe dire non tenere conto della necessità dei contatti tra gli studenti e i professori e tra studenti, relegando la presenza a scuola a una misura poco significativa». Tanto più - aggiunge - che «molti docenti, non per colpa loro ma per l’insorgenza imprevista dell’epidemia la diversa tecnica comunicativa uno strumento “freddo” come lo schermo del Pc imporrebbe per rendere le lezioni online efficaci e veramente formative». E invece il quadro è quello che conosciamo. Con due regioni (Campania e Puglia) che hanno deciso addirittura di estendere la chiusura del 100% anche alle medie e alle elementari. Due territori che, come gran parte del Mezzogiorno, già partivano indietro nei livelli generali degli apprendimenti monitorati dall’Invalsi e che difficilmente potranno recuperare il ritardo in tempi brevi. Con o senza la pandemia.


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