Famiglie e studenti

Dalla Cassazione l’alt alla witnessing violence sugli alunni

di Pietro Alessio Palumbo

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Quando gli alunni sono spettatori di violenza fisica, verbale, psicologica da parte dell'insegnante siamo di fronte alla figura della “violenza assistita”. Una forma di violenza indiretta che la letteratura scientifica anglosassone definisce efficacemente “witnessing violence”. In proposito la Corte di Cassazione nella recente sentenza 13709/2020 ha chiarito che assumono rilevanza penale non solo le forme di violenza fisica nei confronti degli alunni, ma ogni comportamento prevaricatore e vessatorio, quali possono essere la grave ingiuria, l'umiliazione, la minaccia, le manifestazioni d'irosa aggressività verbale nei confronti della classe.

Le coordinate della “violenza assistita”
Nel caso affrontato dagli Ermellini l'insegnante si era difesa asserendo che gli episodi incriminati avevano riguardato soltanto alcuni bambini e non la generalità della classe. Ebbene secondo la Cassazione questa interpretazione degli episodi trascura del tutto il profilo della c.d. “violenza assistita”. Forma di violenza, la cui incidenza è particolarmente rilevante, laddove “i testimoni” del diffuso e persistente clima di prevaricazione siano minori e sussista perciò un'evidente asimmetria relazionale tra agente (insegnante) e soggetti passivi (alunni). Tale prospettiva amplia la platea dei soggetti passivi delle condotte maltrattanti a tutti gli alunni della classe e vale a conferire alle stesse una dimensione unitaria e complessiva che è aggravata dall'abitualità del comportamento dell'insegnante quale modo di agire, “metodo educativo”, contraddistinto dal clima di perdurante vessazione e afflizione degli alunni (tutti).

No anche a “violenze blande”
La Cassazione ha inoltre rigettato la tesi difensiva circa l'episodico “eccesso” dei mezzi di correzione dell'insegnante. Secondo la Corte accettando il ragionamento della difesa dovrebbe ritenersi che condotte a componente violenta, fisica o psicologica, sebbene minima, rientrino tra i mezzi di correzione o di disciplina consentiti dalla legge. Soltanto qualora venga superato il coefficiente di “aggressività educativa” permesso, la condotta, a seconda della abitualità o meno, ricadrebbe nei reati di abuso dei mezzi di correzione e di maltrattamenti. Ma tale impostazione non coglie nel segno. Nessuna forma di violenza può farsi rientrare tra i mezzi correttivi legittimi secondo il nostro Ordinamento. Basti pensare che la modalità più tenue di violenza fisica, costituita dalle percosse, incontra la più severa tipologia di sanzione prevista: quella penale. Altrettanto dicasi per la violenza psicologica laddove si concretizzi nella credibile rappresentazione di un pericolo serio. Deriva che non è possibile sostenere che l'impiego di violenza seppur in forme “blande”, sia annoverabile tra gli strumenti educativi o correttivi di cui l'insegnante od altre figure analoghe possano lecitamente avvalersi, casomai incorrendo nella sanzione penale soltanto laddove ne facciano “abuso”.


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