ITS e imprese

di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci

Da qui a marzo, da Milano a Palermo, le imprese offriranno oltre 1,1 milioni opportunità lavorative. Di queste, però, il 30,6%, vale a dire circa 355mila posizioni, rischiano, seriamente, di rimanere “vuote” per mancanza di candidati. Tra i giovani il “mismatch” è ancora più alto e raggiunge picchi del 65% (specialisti in scienze informatiche, fisica e chimica) e sono praticamente “introvabili” tecnici, diplomati e Its; laureati nelle discipline «Stem»; mentre tra le nuove professioni, legate soprattutto all’innovazione e al 4.0, sono richiestissimi (e difficili da reperire) data scientist e data analyst, ingegneri con preparazione digitale, operai specializzati, chimici, esperti in marketing, modellisti di capi di abbigliamento, addetti alle lavorazioni dei prodotti alimentari, solo per citarne alcuni.

I numeri pubblicati qui accanto, anticipati da Unioncamere-Excelsior, fotografano molto da vicino l’allarme “mismatch”, rilanciato qualche giorno fa anche dalle aziende lombarde. La scorsa estate ha suscitato stupore la notizia che a Milano sono divenuti introvabili persino i “ragionieri” (oggi l’istituto tecnico di riferimento ha cambiato nome, «Amministrazione, finanza e marketing», ndr); e altri numeri stanno facendo altrettanto scalpore: nell’area di Milano «per 100 disoccupati siamo arrivati ad avere 83 vacancies che rimangono scoperte perché non si riescono a trovare profili, essenzialmente tecnici, con le competenze richieste dalle imprese», racconta il professor Maurizio Del Conte, presidente di Afol, l’Agenzia per la formazione, l’orientamento ed il lavoro partecipata dalla città metropolitana di Milano e da 67 comuni dell’hinterland.

Il grido d’allarme, in realtà, arriva da tutto il Centro-Nord, e soprattutto da tutti i settori core della manifattura italiana (quella, per intenderci, che spinge il Pil nazionale). In regioni come il Friuli Venezia Giulia, l’Umbria, il Piemonte, il Veneto, l’Emilia Romagna, ormai il “mismatch” oscilla tra il 35 e il 38,6 per cento. Al recente Orientagiovani di Confindustria, che si è svolto alla Luiss di Roma, il vice presidente degli industriali con delega al Capitale umano, Gianni Brugnoli, ha evidenziato come nei prossimi tre anni le aziende “più avanzate” hanno necessità di 205mila lavoratori; ma anche qui, circa una professione su tre sarà “introvabile”. Per i giovani under29 il mismatch è arrivato a livelli record, raggiungendo un ragazzo su due. A testimonianza di uno scollamento sempre più profondo tra scuola e mondo del lavoro (il precedente governo ha, addirittura, dimezzato ore e fondi all’alternanza).

Nella meccanica la figura più richiesta è il tecnico in campo ingegneristico; nell’alimentare si cercano gli addetti alla lavorazione del prodotto alimentare; nel legno-arredo gli attrezzisti e tecnici del trattamento del legno; nella chimica l’analista chimico e il tecnico di laboratorio; nella moda i modellisti e i prototipisti; nell’Ict gli analisti programmatore e gli sviluppatori di software e app.

«Le aziende italiane sono alle prese con grandi trasformazioni (digitale, Impresa 4.0, green economy, competizione internazionale) e hanno sempre più necessità di acquisire personale qualificato - evidenzia il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli -. Bisogna intervenire sull’orientamento, che deve essere efficace e cominciare già dalle scuole medie inferiori». «Le aree produttive più in sofferenza - aggiunge Chiara Manfredda, direttore dell’Area sistema formativo e capitale umano di Assolombarda - sono principalmente quelle relative ai processi di automazione industriale in ambito manifatturiero, da un lato; e quelle del comparto Ict, con particolare riferimento alla produzione e alla gestione dei big data, dall’altro. Accanto all’orientamento, quindi, occorre sensibilizzare i giovani verso questi ambiti di studio e , più in generale, verso le discipline Stem di cui il sistema paese ha grande bisogno».

I laureati in materie Stem (dall’inglese «Science, Technology, Engineering and Mathematics») infatti sono pochissimi in Italia: da noi ogni anno si laureano in queste discipline solo l’1,4% dei ragazzi tra i 20 e i 29 anni, con una preponderanza schiacciante dei maschi sulle femmine (rispettivamente 1,2% uomini contro lo 0,2% donne). In Germania si sale al 3,6%, nel Regno Unito al 3,8% (e il Regno Unito, come noto, non è un paese propriamente manifatturiero).


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