Famiglie e studenti

Alto Adige modello di qualità architettonica

di Paola Pierotti

La scuola Hanna Arendt di Bolzano è la prima scuola “ipogea” d’Italia. Progettata dagli architetti dello studio Cleaa guidato da Claudio Lucchin, è l’ampliamento della scuola per le professioni sociali della Provincia autonoma di Bolzano che mette in luce le potenzialita inaspettatamente efficaci dell’architettura sotterranea, e sfida i limiti della cultura della sostenibilità, innestando il contemporaneo in un centro storico. Un esempio per dimostrare come l’attenzione alla qualità dell’architettura e del design possano essere un valore aggiunto per la dirigenza, gli insegnanti e gli studenti.

L’idea di Bolzano

L’idea di non turbare il contesto architettonico dell’ex convento dei frati Cappuccini in cui si inserisce l’istituto, e soddisfare allo stesso tempo l’esigenza di nuovi spazi, ha portato lo studio di architettura ad immaginare una volumetria (11mila mc) scavata a 17 metri sotto il livello del suolo: 4 piani con 9 nuove aule, 6 laboratori, un giardino d’inverno, e dei locali tecnici. Beate Weyland, professoressa associata alla Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Bolzano, esperta del rapporto tra pedagogia e architettura, ha approfondito il tema in una mostra “Costruire scuole in Alto Adige”, evidenziando il ruolo sinergico tra dirigente scolastico, Luigi Mario Loddi in questo caso, l’architetto Claudio Lucchin, alcuni insegnanti e studenti.

«Aumentando gli iscritti, il chiostro dei Cappuccini era divenuto troppo piccolo, e la Provincia – racconta il dirigente - aveva deciso di ampliare l’edificio, che non poteva però farsi notare per via del contesto storico-artistico». La scommessa di un edificio sottoterra è stata la sfida. «La collaborazione con l’architetto – continua Loddi - è stata uno straordinario viaggio mentale e creativo». «Serve empatia e sintonia perché gli edifici non vengano rifiutati o vissuti male. Per evitare la richiesta di continui cambiamenti che snaturano il progetto – commenta l’architetto - serve fin dall’inizio una condivisione». Una nuova scuola è una palestra di ascolto per gli architetti, ma anche un’occasione per gli insegnanti per esprimere necessità e desideri.

La scuola del futuro

In occasione dell’ultima edizione della fiera Didacta, è stato presentato il concept “La scuola del futuro” e Samuele Borri, dirigente tecnologo, coordinatore unità di ricerca architetture scolastiche di Indire, ha evidenziato, anche per le scuole superiori «la necessità di realizzare ambienti funzionali alla tipologia di attività didattica che vi si svolge. Se si pensa che, a fronte dell’evoluzione della società e delle tecnologie che abbiamo a disposizione, i bisogni formativi dei giovani di oggi – spiega Borri - non possano essere soddisfatti solamente attraverso la lezione frontale, ma adottando metodologie molteplici e diversificate, e utilizzando adeguati strumenti, è ovvio che anche gli ambienti debbano essere progettati per favorire questo tipo di attività. Da qui l’introduzione e la realizzazione di luoghi di apprendimento pensati per creare, collaborare, presentare, esplorare, leggere, riflettere, discutere, elaborare».

In Italia negli ultimi anni si è registrata una rinnovata attenzione nel portare qualità architettonica nelle scuole, anche attraverso lo strumento dei concorsi. Ma questo vale soprattutto per le primarie e per le secondarie di primo grado; per quelle secondarie di secondo grado, sono soprattutto i dirigenti scolastici ad attivarsi per promuovere dei percorsi condivisi, per avere un’idea chiara su come ri-organizzare i propri spazi, come apportare un cambiamento con le proprie forze, anche senza contare sulla difficile burocrazia delle amministrazioni centrali. Non mancano percorsi progettuali avviati (con accordi stretti da Torino a Melfi con l’università di Bolzano) ma il cerchio rimane da chiudere quando la palla passa alla committenza che deve dare concretezza alle aspettative di rinnovamento.

I progetti di qualità

Tra le rare iniziative dove l’architettura è protagonista, rimane un’eccellenza l'istituto scolastico superiore realizzato nel campus di Sondrio e progettato da Lfl Architetti. Un’architettura contemporanea che connette le aree marginali del campus, asseconda i dislivelli naturali del terreno e tesse un dialogo tra spazi aperti e volumi dell’edificio per incentivare lo scambio dentro-fuori.

Quando si parla di progetti di qualità, l’Alto Adige è un’eccellenza, e si conferma anche per l’ambito specifico delle scuole. Tra le realizzazioni più significative il liceo pedagogico Josef Gasser, abbinato a un asilo, costruito a Bressanone, e progettato degli architetti di Stoccarda Peters & Keller. Investimento da 23 milioni di euro (38mila mc per il Ginnasio e 6mila mq per l’asilo) per un progetto dove anche l’arte è protagonista. Tra gli esempi menzionati da Weyland anche due scuole alberghiere: il Savoy di Merano e l’istituto di Brunico. «In generale, l’architettura, se affidata a un’utenza preparata, sensibile e coinvolta – commenta l’esperta - può incidere profondamente sui vissuti e potenziare il compito educativo della scuola. L’architettura, se coerente con chiare direttrici pedagogiche, finalizzate a sostenere la comunicazione tra gli spazi, la trasparenza, la polivalenza negli usi, le esperienze sensoriali e la differenziazione nell’abitare e vivere le varie aree, con possibilità di svolgere attività con posture e in situazioni diverse, può agevolare una didattica innovativa e contrassegnare indelebilmente i ricordi degli allievi e anche degli insegnanti». Solo la sintesi può funzionare: «Ci sono esempi premiati di architettura, traditi da utenze completamente insensibili agli spazi architettonici. Mirabili edifici storici, gioielli di architettura dei tempi che furono – spiega Weyland - completamente annichiliti da una ottima pedagogia e metodologia didattica. E capita anche che la stessa pedagogia possa uccidere l’architettura».


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