Famiglie e studenti

Violenza sessuale del prof, risarcimento anche per la madre della vittima

di Andrea Alberto Moramarco

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In caso abuso sessuale commesso nei confronti di una minore in occasione di un bagno in mare, la madre della vittima non può essere ritenuta responsabile per aver, dalla spiaggia, omesso di controllare la figlia, impendendole di essere oggetto di illeciti. Questo è quanto affermato dalla sentenza 43414 della Cassazione, depositata ieri, in un caso che ha visto coinvolto un professore in trasferta per gli esami di maturità, riconosciuto colpevole di violenza sessuale e condannato, altresì, al risarcimento del danno derivante da reato anche nei confronti della madre della persona offesa.


I fatti
Protagonista suo malgrado della vicenda è un'adolescente, all'epoca dei fatti quindicenne, che si trovava in spiaggia con la madre e un suo amico. Mentre i due ragazzi facevano il bagno, venivano avvicinati da un uomo, professore in trasferta per gli esami di maturità, che si trovava in spiaggia assieme a due colleghi. Dopo aver effettuato apprezzamenti fisici nei confronti della minore, il professore prestava una maschera da sub all'adolescente per insegnarle a immergersi nell'acqua, ma nell'impartire la lezione le «toccava fugacemente varie parti del corpo, comprese le zone erogene». Uscita dall'acqua, la ragazza informava la madre dell'accaduto, che prontamente sporgeva denuncia nei confronti dell'uomo. Sia in primo che in secondo grado i giudici, riconosciuto il fatto come di minore gravità, condannavano il professore per violenza sessuale, obbligandolo altresì a risarcire il danno in favore della ragazza e di sua madre, da liquidare in separata sede.


La decisione
Il professore ricorreva però in Cassazione, sottolineando la non attendibilità delle dichiarazioni dell'adolescente, su cui di fatto si era basato il verdetto di condanna, e ritenendo illogica la condanna al risarcimento del danno, specie nei confronti della madre della minore, rea di non aver «effettuato un'adeguata vigilanza sulla figlia, volta a impedire il verificarsi di ipotetici episodi illeciti a suo danno». La Suprema corte, tuttavia, non accoglie tali doglianze, in quanto volte a sollecitare una rilettura dell'accaduto, già ricostruito in maniera chiara e puntuale dai giudici di merito anche attraverso le deposizioni dei colleghi dell'imputato e dell'amico della vittima.

Inoltre, sottolinea aspramente il Collegio, dalla commissione di un reato così grave segue del tutto logicamente anche la condanna al risarcimento del danno subito, in via diretta, dall'adolescente e, in via mediata, dalla madre di quest'ultima, la quale non può certo essere rimproverata di un difetto di vigilanza, «non potendosi certo esigere» che la stessa dalla spiaggia «esercitasse un controllo ravvicinato sulla figlia» quindicenne, anche quando «costei era intenta a fare il bagno al mare».


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