ITS e imprese

Percorsi disegnati sui fabbisogni del territorio

di Claudio Tucci

Il punto di partenza per programmare corsi e offerta formativa rivolta agli studenti è l’analisi dei fabbisogni occupazionali di imprese e territori.

È questa, più che ogni altra considerazione, la chiave di successo degli Its, ed è quello che emerge, con chiarezza, nelle otto interviste ai vertici di queste “super scuole” che presentiamo nelle pagine che seguono, ciascuna relativa a uno specifico settore/ambito tecnologico.

Dalla Liguria alla Lombardia, passando per Piemonte e Veneto, scendendo giù per l’Umbria fino a raggiungere la Puglia, l’attenzione rivolta a coniugare Industria 4.0 e nuove competenze con le aspettative di impiego (coerente) dei ragazzi nelle stesse aziende partner delle Fondazioni sono le esigenze alla base di ciascun istituto tecnico superiore.

Il fatto è che a 10 anni di distanza dal loro avvio gli Its sono rimasti ancora una realtà di nicchia; e i presidenti e i direttori intervistati lo riconoscono con altrettanta chiarezza. Oltre a un maggior finanziamento pubblico, quello che chiedono è più orientamento, a partire dalla scuola secondaria, una semplificazione amministrativa, e un miglior coordinamento con le direttive ministeriali e regionali.

L’intero sistema infatti fa perno su tre gambe: una regolatoria e finanziaria statale, in capo al ministero dell’Istruzione, con il coinvolgimento, di recente, del Mise; una più operativa, in capo alle Regioni; e una terza, più “organizzativa”, rappresentata, cioè, dalla partecipazione alle singole fondazioni di enti pubblici, ma soprattutto di imprese.

Nel 2019 tra fondi ordinari e aggiuntivo lo Stato ha messo sul piatto 32 milioni di euro, accanto a una cinquantina investiti dalle Regioni.

Tutto bene così? «Non proprio - ammette Cristina Grieco, regione Toscana, coordinatrice degli assessori regionali a Lavoro e Istruzione, e convinta sostenitrice degli Its -. Non c’è dubbio che bisogna passare dalla fase dell’introduzione/sperimentazione a quella della struttura di ordinamento - spiega -. Gli Its debbono rafforzarsi per essere riconosciuti da studenti e famiglie come una opportunità con pari dignità rispetto a un percorso accademico. Occorre quindi lavorare di più sulla comunicazione, ma prima di tutto si deve cambiare l’ordine di grandezza degli investimenti, se si vuole conseguire l’obiettivo di aumentare considerevolmente il numero di diplomati Its, mantenendo l’attuale livello qualitativo dei percorsi». Gli obiettivi sembrano perciò chiari. Così come le ricette da mettere in campo. A istituzioni e politica, adesso, il compito di trovare la ricetta migliore.


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