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Il Ddl concretezza è legge: impronte digitali contro i furbetti del cartellino e corsia più rapida per assumere nella Pa

di Gianni Trovati

Con 135 voti favorevoli, 104 contrari e 3 astenuti si chiude al Senato il percorso della prima riforma della Pa targata Giulia Bongiorno. Il Ddl che la titolare della Funzione pubblica ha voluto intitolare alla «concretezza» ha occupato il dibattito con i tornelli con le impronte digitali per combattere l’assenteismo e le false timbrature. La stessa Bongiorno ieri ha salutato l’approvazione definitiva dicendosi «felice di poter finalmente dire addio ai truffatori del cartellino» grazie ai controlli biometrici. Ma nonostante la fortuna mediatica del tema non arriveranno da lì i primi effetti del provvedimento. Anche perché nella versione finale si prevede che la sostituzione dei vecchi tornelli, introdotti ad ampio raggio dopo la riforma Brunetta del 2009, avvenga «nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente». Vero è che nella «legislazione vigente» sono compresi anche 35 milioni di euro raccolti in un fondo dallo stesso Ddl; ma per distribuirli ci vorrà prima una «ricognizione dei fabbisogni» e una serie di decreti di Palazzo Chigi da adottare su proposta della Funzione pubblica di concerto con il ministero dell’Economia. Insomma: ci vorrà tempo.

L’agenda operativa delle amministrazioni allora guarda altrove. E prima di tutto ai tentativi di accelerazione delle assunzioni (ma quelle con i concorsi di quest’anno potranno essere effettuate negli enti statali solo dal 15 novembre), fondati sulla messa a regime del turn over al 100%: tentativi che potranno tornare utili anche per tamponare un po’ più in fretta le falle in via di apertura per «quota 100».

L’accelerazione funziona su più livelli. Nei ministeri e negli altri enti dell’amministrazione centrale l’80% delle assunzioni può essere effettuato pescando fra vincitori e idonei delle graduatorie in vigore oppure avviando concorsi senza l’autorizzazione ministeriale, che diventa successiva anziché preventiva. Agli enti territoriali, da ora fino al 2021, si dà invece la possibilità di avviare i concorsi senza prima cercare candidati alla mobilità volontaria. La riforma fissa anche delle priorità generali alle nuove assunzioni, che dovranno puntare prima di tutto su figure specializzate in digitalizzazione, riorganizzazione delle amministrazioni e gestione dei fondi strutturali. L’obiettivo è di rafforzare le parti più deboli della Pa, che rallentano i processi di innovazione e la macchina degli investimenti. Ma nell’elenco delle priorità entrano anche gli esperti di appalti, i profili dedicati alla contabilità e alla gestione finanziaria e il personale dedicato al miglioramento della «qualità dei servizi pubblici», categoria generica che rischia di trasformare la strategia in una petizione di principio.

La riforma torna anche a occuparsi dell’organizzazione dei concorsi, su cui continua a pendere l’incognita dei concorsoni unici previsti dalla manovra ma finora inattuati. Lo scopo è di introdurre procedure «semplificate» che fra le altre cose puntino a prove pratiche quando si tratta di selezionare profili tecnici. Un nuovo Portale del reclutamento dovrebbe raccogliere tutti i concorsi pubblici.


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