Famiglie e studenti

Le aziende dicono no all’alternanza dimezzata

di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci

«La mia azienda ha creduto subito nell’alternanza scuola-lavoro, quando, nel 2015, è divenuta attività didattica obbligatoria fino a 400 ore nei tecnici e professionali, fino a 200 ore nei licei. In tre anni ho accompagnato passo passo oltre 100 studenti; messo a disposizione competenze e laboratori, partecipato a decine di riunioni con presidi, insegnanti e famiglie. Il dimezzamento della formazione on the job operato, già quest’anno, dal governo Conte (si passa ad almeno 90 ore nei licei, 150 nei tecnici, 210 nei professionali, ndr) crea indubbiamente un problema, a partire dalla co-progettazione dei percorsi, e sono certo che questa scelta finirà per penalizzare soprattutto i ragazzi».

Massimiliano Ristori è a capo di Emm&mme Informatica, una Pmi che opera nel settore Ict, con una trentina di dipendenti, sede operativa in provincia di Firenze, e ha vissuto, in prima persona, come tutor aziendale, l’introduzione, generalizzata, dell’alternanza, operata dalla legge 107. E ora, con la rimodulazione dei programmi di scuola-lavoro, è preoccupato: «Le faccio un esempio - aggiunge Ristori -. Abbiamo avviato con più di 50 alunni di un liceo classico e di un istituto tecnico, due classi intere, un’iniziativa on the job per realizzare un sito commerciale online per vendere birra artigianale prodotta in Italia. Gli studenti si sono mostrati entusiasti, hanno imparato a lavorare in team, migliorando, anche, le proprie conoscenze scolastiche, attraverso la pratica sul campo. Con la nuova normativa un progetto come questo non riuscirò più a portarlo avanti, se non con scuole e docenti che credono nel rapporto con le aziende e vorranno andare oltre il mero rispetto del nuovo obbligo minimo orario».

L’esecutivo, per bocca del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha giustificato la forte compressione dell’alternanza (che peraltro ha cambiato anche nome, in «percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento») con l’esigenza di garantire ai ragazzi esperienze di maggior qualità. «Ma non è questa la strada per centrare l’obiettivo, che è assolutamente condivisibile - risponde Sabrina De Santis, direttore del settore Education di Federmeccanica (l’associazione ha messo in campo il più vasto programma di scuola-lavoro nel settore meccanico, che ha coinvolto, nel 2016, 5mila alunni, 50 istituti tecnici e 949 imprese) -. Percorsi di qualità per gli studenti si assicurano in altro modo, e cioè con iniziative strutturate e co-progettate tra scuola e imprese e opportunamente valutate. La scelta di dimezzare ore e fondi alla formazione on the job è stata un’operazione semplicistica, condotta essenzialmente per strizzare un occhio a una fetta del personale docente, ancora oggi restio a conoscere il mondo fuori dalla propria aula, e non certo per agevolare la transizione scuola-lavoro. Anzi la parola lavoro è stata bandita. Un peccato per i giovani che invece hanno bisogno di entrare in contatto con il mondo produttivo per ampliare il bagaglio di competenze ed esperienze pratiche. A essere penalizzate sonoo poi quelle imprese, e non sono poche, che, pur non essendo obbligate dalla legge, hanno scommesso con convinzione sull’alternanza, facendo anche importanti sforzi organizzativi, che adesso rischiano di veder vanificati».

Nei territori l’impressione è che le aziende si muoveranno in ordine sparso: «La nostra sensazione - racconta Chiara Manfredda, responsabile dell’Area sistema formativo e capitale umano di Assolombarda, da sempre sugli scudi nel link scuola-lavoro - è che le imprese più strutturate, e che nel tempo hanno costruito relazioni stabili con le scuole, continueranno a promuovere progetti di alternanza. Il rischio che intravedo è un disinvestimento da parte di quegli istituti scolastici che hanno già completato i nuovi limiti di ore fissati dalla normativa. Lo stesso discorso potrebbe valere anche per le aziende che, negli scorsi anni, si sono affacciate per la prima volta a esperienze di collaborazione con le scuole. Da parte nostra continueremo a sollecitare le imprese nel considerare tali iniziative come un investimento, non solo in termini di responsabilità sociale, ma anche di crescita delle competenze dei giovani».

Vortice, la multinazionale della ventilazione ha un’esperienza consolidata nel campo dell’alternanza con gli istituti di Milano e di Lodi: «Siamo partiti coinvolgendo le scuole di Lodi - spiega il direttore delle risorse umane, Luca Mussetti - con un programma triennale che ha accompagnato gli studenti dalla terza alla quinta nella progettazione di un’attrezzatura partendo da zero fino alla realizzazione del prototipo e al collaudo. Ma avere ragazzi solo per una o due settimane, significa che quando cominciano a entrare nei meccanismi di vita aziendale devono andare via. Purtroppo si sta andando nella direzione opposta, non è un problema solo di quantità di ore, servirebbe una maggiore attenzione sul versante qualitativo per integrare in modo strutturale l’esperienza in azienda all’interno dei programmi scolastici, come accade negli altri Paesi».

«Il governo ci ripensi - è l’appello che lancia l’ex sottosegretario al Miur, Gabriele Toccafondi, che assieme all’allora ministra, Stefania Giannini, hanno reso obbligatoria l’alternanza in Italia -. Siamo ancora in tempo, specie nei tecnici e professionali, per ripristinare un numero di ore adeguate di formazione on the job e anche maggiori risorse. Con un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 30% non possiamo permetterci di allontanare ulteriormente scuola e mondo del lavoro».

Anche perché, a settembre, con l’avvio del nuovo anno 2019/2020, il mondo delle imprese, pmi in testa, si mostra attendista, non condividendo la virata operata dall’attuale esecutivo.

Andrea Mortini è anministratore della Consilium Italy Srl, un’azienda di Montelupo fiorentino che fa parte di una multinazionale svedese che vanta circa mille dipendenti nel mondo e un giro di affari intorno ai 200 milioni di euro, esperta nel campo dei sistemi di rilevazioni incendi, in primis nel settore marittimo. Quello che lancia, da questo giornale, all’esecutivo Conte è un messaggio chiaro: «Avere studenti per una manciata di giorni all’anno in azienda - spiega - non aiuta i ragazzi e non è d’interesse neppure per l’impresa. In questi mesi abbiamo trovato molti professori collaborativi, e sono stati realizzati diversi progetti di alternanza di assoluta qualità». Ma il prossimo anno, se la normativa rimarrà così, proseguirete nei progetti con le scuole? «Sono sincero. Ci penserò un pò di più prima di aprire le porte agli alunni».


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