Famiglie e studenti

Continui ritocchi: giusto chiedersi se l’esame abbia ancora senso così

di Luisa Ribolzi

In questi giorni le scuole secondarie di secondo grado di mezza Italia sono impegnate nella simulazione delle prove di maturità. Molte sono anche impegnate a tenere sotto controllo le reazioni, che variano da esasperate a rassegnate, per il fatto che le norme - criticabili - sono state cambiate in corsa. Perché? La mia personale, scettica opinione, è che ogni ministro che entra in carica si svegli una mattina e dica: «E se cominciassimo con il riformare la maturità?».

L’accidentato percorso dell’esame di Stato ha visto tutto e il contrario di tutto. Sono cambiati il punteggio, il numero e il tipo delle prove, i requisiti per l’ammissibilità, la composizione della commissione. Il primo “regolamento speciale per gli esami di licenza liceale” risale al 1877, ma è Giovanni Gentile a introdurre nel 1923 l’esame di maturità, da svolgersi al termine degli studi liceali, con quattro prove scritte, e l’orale su tutte le materie del corso e sui programmi nazionali degli ultimi tre anni. La maturità gentiliana - che la sottoscritta ha svolto sopravvivendo senza danni visibili alla dura prova - dura 48 anni con modifiche di poco conto, fin quando sull’onda del Sessantotto viene riformata dal ministro Sullo, che la riduce a tre scritti e due orali, di cui uno a scelta del candidato e introduce il punteggio finale in sessantesimi.

Dal 1971 n poi

La legge del 1971, nata come sperimentale di soli due anni, in realtà ne dura 30, con qualche ulteriore semplificazione: nel 1997 Luigi Berlinguer, oltre a cambiargli il nome, introduce una terza prova predisposta dalla Commissione e il colloquio su tutte le discipline dell’ultimo anno. Nel 1999 il voto diventa in centesimi, tuttora vigente, anche se i criteri di composizione del punteggio sono cambiati almeno quattro volte. Cambiano i governi, i ministri e la maturità: Letizia Moratti con la legge finanziaria del 2002 riduce le commissioni a due membri interni, più un Presidente esterno unico per ogni istituto, conseguendo un risparmio, se non un miglioramento. Nel 2007, il ministro Fioroni modifica le commissioni, cambia le condizioni per l’ammissione, lascia due prove “disciplinari” (una di italiano e una di indirizzo), un terzo scritto definito “quizzone”, e un colloquio sulle discipline dell’ultimo anno, e introduce l’esame teorico di educazione fisica Le materie oggetto d’esame vengono comunicate a metà anno, divenendo oggetto di acute speculazioni, così come il soggetto del tema, e da quel momento le altre materie cessano di esistere.

Dopo piccole variazioni apportate nel 2008 e nel 2011, arriva la “Buona Scuola”, che con i decreti attuativi del 2017 prevede che la maturità prenda in considerazione, oltre alle due prove scritte canoniche e all’orale, i crediti acquisiti nell’alternanza, la media scolastica dell’intero triennio e il punteggio delle prove Invalsi. Su questa base si erano organizzati i consigli di classe, quand’ecco, due circolari dell’ottobre e del novembre 2018 che prevedono la scomparsa della tesina, e la facoltatività delle relazione sull’alternanza e delle prove Invalsi. Allo scritto di italiano si aggiungono un secondo interdisciplinare e un colloquio che spazia da cittadinanza e costituzione (vale aver ripulito i giardinetti di quartiere durante Clean the World?) all’elaborato multimediale sull’esperienza di alternanza, all’analisi di testi, documenti, esperienze, progetti e problemi «per verificare l’acquisizione dei contenuti delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale, anche utilizzando la lingua straniera». Richieste che, temiamo, troverebbero impreparata la gran parte dei docenti.

Gli obiettivi della maturità

Di fronte a questa ridda di cambiamenti, la questione non è di capire se le procedure siano migliorate o peggiorate, ma se l’esame in sé abbia ancora un senso. Posto che certamente non misura la “maturità”, ambizione sproporzionata a qualsiasi tipo di esame, e che dovrebbe aver perso quel carattere di rito di passaggio che gli ha assegnato la mitologia della “notte prima degli esami”, o del viaggio in Spagna, mi chiedo se veramente riesce a verificare i livelli di apprendimento e a fornire indicazioni utili per il proseguimento o l’inserimento nel mondo del lavoro, che peraltro tiene in pochissimo conto le indicazioni dell’esame, sia perché le materie oggetto di valutazione cambiano ogni anno, sia perché il punteggio finale è spesso discutibile.

Non parliamo poi di un ipotetico compito di selezione: la scuola ha già ampiamente selezionato nei 13 anni precedenti, e chi viene ammesso agli esami (95%) è praticamente certo di essere promosso, perché le bocciature sono intorno al cinque per mille. Questo rito pressoché inutile ha un costo: nel 2016, benché la retribuzione dei commissari fosse quasi risibile - da un minimo di 570 a un massimo di 3.519 euro lordi - per ogni candidato si sono spesi circa 150 euro. Questo consente una momentanea ricomposizione dei nuclei familiari separati dai trasferimenti e fornisce un modesto introito alle attrezzature turistiche, ma non basta a ridurre i molteplici rifiuti ricevuti dai membri nominati in prima battuta, sostituiti da chiunque sia disponibile ad accettare.

Una soluzione preferibile, gradita alle università e alle imprese, esiste ed è stata ampiamente sperimentata: un attestato di completamento degli studi compilato dal consiglio di classe sulla base del rendimento documentato nel triennio, integrato da esami in entrata collegati al percorso di proseguimento; ma non è possibile adottarla perché il titolo conferito dall’esame ha valore legale. Non servono continue modifiche per ottenere un improbabile esame perfetto; è ora di incominciare a riflettere sul modo migliore per raggiungere quegli obiettivi di orientamento e certificazione delle competenze che la legge prevede, non con un esame puntuale, ma con procedure sistematiche di monitoraggio dell’intero percorso formativo.


© RIPRODUZIONE RISERVATA