Famiglie e studenti

#Mettiamocelointesta, la campagna social per aiutare le bambine rifugiate

di Francesca Milano

Il numero di bambini rifugiati che non hanno la possibilità di andare a scuola è in crescita: sono circa 4 milioni, quasi 500 mila in più rispetto allo scorso anno. A diffondere il dato è l’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), secondo cui l’accesso all’istruzione è ancora più difficile per le bambine: le ragazze rifugiate, infatti, hanno la metà delle probabilità di iscriversi a una scuola superiore rispetto ai loro coetanei maschi. «Eppure - spiegano dall’Agenzia - per le bambine rifugiate la mancanza di istruzione rappresenta un rischio enorme per la loro stessa sopravvivenza: lontane da scuola sono infatti molto più esposte al rischio di subire abusi, contrarre matrimoni precoci, finire nella rete degli sfruttatori».

I dati

Secondo i dati del Rapporto dell’UNHCR “Turn the Tide”, solo il 61% dei bambini rifugiati frequenta la scuola primaria, rispetto al 92% dei bambini nel mondo. E con l’età, questo divario aumenta: alla scuola secondaria accede solo il 23% dei rifugiati rispetto all’84% dei bambini su scala globale; questa percentuale scende, infine, all’1% quando si parla di istruzione superiore (contro il 37% dei ragazzi nel mondo). E per le bambine rifugiate la situazione è ancora più drammatica e allarmante: «Continuare a trascurare l’istruzione delle ragazze rifugiate - commenta Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR per il Sud Europa - provocherebbe conseguenze disastrose per molte generazioni a venire. Più alto è infatti il livello di istruzione delle bambine e delle ragazze rifugiate, più elevate saranno le loro abilità in termini di leadership, capacità imprenditoriale e piena autonomia, qualità fondamentali che aiuteranno sia l’integrazione nelle comunità ospitanti e il loro sviluppo, che la ricostruzione dei paesi di provenienza».

Il gap gender
Se tutte le ragazze potessero completare la scuola primaria, i matrimoni precoci si ridurrebbero del 14% (se terminassero la scuola secondaria anche del 64%); pure la mortalità infantile dovuta alla diarrea, alla malaria o alla polmonite decrescerebbe drasticamente (dell’8% con un’istruzione primaria e del 30% completando quella secondaria). Ma come combattere questo gap gender? Servono più scuole per far spazio anche alle bambine; maggiore protezione dalle molestie o aggressioni durante i viaggi per raggiungere la scuola; una lotta costante contro il bullismo e la violenza sessuale di genere nelle classi; incentivi alle famiglie rifugiate per permettere alle figlie di continuare a studiare; più insegnanti donne, che rendano le bambine più propense a frequentare la scuola; dei doposcuola che possano fornire alle ragazze un arricchimento e migliorare il loro rendimento scolastico e la fiducia in se stesse.

Il progetto dell’UNHCR
Nel 2012 l’UNHCR ha avviato il progetto “Educate a child” in 12 paesi: Siria, Iran, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Kenya, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, Ciad, Sudan. Nei primi 5 anni dall’avvio del progetto, nei 12 paesi coinvolti si è riusciti a garantire un’istruzione a 1 milione e 350 mila bambini; sono state costruite e ristrutturate 263 scuole; è stato garantito sostegno economico diretto a più di 104 mila bambini provenienti da famiglie vulnerabili; sono stati reclutati e formati 31.402 insegnati (ben 12.091 solo nello scorso anno). Dal 2012, a tutti i bambini rifugiati l’UNHCR ha distribuito circa 3.075.000 tra libri di testo e altri materiali didattici e 752.776 uniformi scolastiche; infine ha fornito sostegno a 8.233 bambini con disabilità, che altrimenti non avrebbero potuto frequentare la scuola. Per sostenere il progetto “Educate a child” fino al 17 febbraio è possibile partecipare alla campagna #METTIAMOCELOINTESTA inviando un sms da 2 euro al numero solidale 45588.

L’iniziativa social
Per sensibilizzare al problema delle bambine rifugiate è nata una campagna social (#mettiamocelointesta) che invita a condividere sui canali social una foto o un selfie, preferibilmente in bianco e nero, con un cartello in cui sia scritta la propria professione: «Rappresenta - spiegano - la scelta che tu hai potuto fare nella tua vita, la stessa opportunità di scelta che potremmo dare con il nostro contributo alle bambine rifugiate».


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