Famiglie e studenti

Professionali, l’alternanza passepartout per il lavoro

di Francesca Lascialfari e Claudio Tucci

Il governo Conte ha ridimensionato l’alternanza scuola-lavoro; ma per gli studenti, almeno stando all’indagine 2018 di Almadiploma, l’esperienza “on the job” è risultata molto utile «per la propria formazione» (77,2% del campione intervistato, si sale al 91,6% tra i professionali); e più in generale, specie per i percorsi non liceali, è considerata, sempre dai ragazzi, un formidabile passepartout per l’occupazione.

Le ore di studio e lavoro sul campo sono promosse anche per la coerenza con le discipline scolastiche (66,2% degli intervistati, oltre 46mila diplomati a luglio scorso, percentuale che sale all’84,4% tra i professionali); e pure i singoli percorsi hanno, mediamente, sfondato il tetto delle 150 ore, spingendosi anche tra le 300 e le 400 ore già al terzo e quarto anno.

I risultati si vedono: il 28% dei diplomati tecnici e professionali ha lavorato per almeno 6 mesi nei primi 2 anni dopo il titolo; nella metà dei casi con un contratto stabile (a tempo indeterminato o in apprendistato).

Certo, ora bisognerà vedere che impatto avranno su questi numeri le nuove regole sulla formazione “on the job”, in vigore già dal corrente anno scolastico. L’avvento, a giugno, del governo gialloverde, ha infatti radicalmente modificato il quadro. Con tre provvedimenti successivi, nell’arco di un paio di mesi - una circolare ministeriale, il decreto Milleproroghe e la legge di Bilancio 2019 - l’alternanza scuola-lavoro ha cambiato nome. D’ora in avanti si chiamerà «Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento». Sono stati, poi, dimezzati i fondi (da 100 milioni l’anno a circa 50); e si sono ridotte le ore minime da trascorrere “on the job” che nei licei scendono da 200 ad almeno 90, nei professionali da 400 ad almeno 210 e nei tecnici da 400 ad almeno 150.

Il forte ridimensionamento non ha risparmiato la maturità: l’alternanza, almeno per quest’anno, non sarà neppure requisito d’accesso agli esami di maturità.

Il cambio di paradigma è piuttosto forte, e repentino: fino all’anno scolastico 2014/2015, cioè prima dell’obbligatorietà introdotta dalla legge 107, erano circa 270mila gli studenti, ogni anno, specie delle classi terze e quarte, impegnati, in media, in circa 100 ore di “studio e pratica sul campo”. Le strutture ospitanti erano circa 100mila, di cui poco più della metà imprese.

Con la Buona Scuola le ore minime “on the job” sono salite fino a 200 ore nei licei, fino a 400 ore nei tecnici e professionali. È arrivato un finanziamento stabile, 100 milioni annui (oltre alle risorse Pon); e accanto alle aziende è stato possibile fare alternanza anche in altre realtà ed enti pubblici, negli studi professionali, in estate o all’estero. Al termine del triennio, i ragazzi impegnati in percorsi di alternanza sono stati circa 1,5 milioni; “ospitati” in oltre 200mila strutture (quasi la metà, imprese).

Tutto ciò è destinato ora a essere rivisto. L’attuale ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha difeso la scelta dell’esecutivo Conte, evidenziando come il carico eccessivo di ore obbligatorie aveva, nei fatti, costretto le scuole «ad accontentarsi» in molti casi di percorsi di scarsa qualità. Gli istituti, comunque, nella loro autonomia, potranno aumentare l’orario, in coerenza con i loro obiettivi formativi. Ora arriveranno apposite linee guida che ridisegneranno l’alternanza scuola-lavoro, che, nelle intenzioni della maggioranza gialloverde, «dovrà essere un momento di orientamento e di scuola per raggiungere gli obiettivi di apprendimento in contesti anche lavorativi».

Il drastico taglio alla formazione “on the job” è stato invece fortemente criticato da imprese, Anp, Associazione nazionale presidi, e Regioni: il triplice smantellamento, di ore, fondi e link con l’esame di maturità, ha fatto perdere potenzialità alla formazione sul campo. Con il rischio, per ripetere le parole del vicepresidente di Federmeccanica, Federico Visentin, di ridurre così l’alternanza «a poco più di una gita in azienda».


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