Famiglie e studenti

In tre anni 2 milioni «privati» alle scuole

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Le scuole italiane sono alla vigilia di una nuova era. Dal 1° gennaio 2019 entra in vigore il regolamento di contabilità che, oltre a innovare le procedure per acquisti, appalti e tenuta dei conti, punta a renderle più trasparenti e più aperte. Innanzitutto alle famiglie che potranno conoscere la sorte dei contributi volontari. Sia prima che vengano spesi, sia dopo. Ma anche alle imprese che vogliono sponsorizzarle o finanziarle. Con un ostacolo non da poco però: lo «school bonus» va in pensione, dopo appena due anni e mezzo di vita. E alterne fortune, visto che il totale dei finanziamenti censiti dal Miur supera di poco i 2 milioni di euro complessivi. Una goccia nel mare di risorse che le istituzioni scolastiche gestiscono.

Addio school bonus

Al momento la legge di bilancio 2019 non prevede il rifinanziamento dell’incentivo introdotto dalla Buona Scuola per invogliare i privati a sostenere l’ammodernamento delle scuole o l’occupabilità degli alunni. E tutto porta a pensare che l’avventura del credito d’imposta del 65% (da quest’anno sceso al 50%, ndr) sia finita. Innanzitutto per ragioni politiche, visto l’alleggerimento/smontaggio della riforma Renzi-Giannini avviato dal governo gialloverde. Ma anche per motivi tecnici. Il meccanismo previsto dai commi 145 e seguenti della legge 107/2015 non brilla per semplicità. Con un flusso di risorse che parte dal “mecenate”, passa per le casse statali, arriva al Miur, che lo gira alle scuole trattenendo il 10% a titolo perequativo. Fanno eccezione le paritarie che, dal 2017, possono ricevere direttamente i fondi versando al fondo ministeriale il 10% a titolo di perequazione. Risultato: dal 24 maggio 2016, quando l’agevolazione è partita, a oggi risultano versati dai privati 2,1 milioni. Che non rappresentano il dato definitivo, visto che all’appello mancano le risorse intercettate direttamente dalle paritarie dopo la modifica appena citata, ma che ammontano più o meno a un centesimo rispetto al solo fondo per il funzionamento delle scuole. Un rapporto che è ancora più squilibrato se il confronto lo si fa con il fondo destinato a retribuire i docenti per tutte le attività collegate al miglioramento dell’offerta formativa («Mof»).

Gestione trasparente dei fondi

Dal 1° gennaio i privati che vorranno finanziare le istituzioni scolastiche dovranno dunque battere un’altra strada. Che potrebbe essere la detrazione ordinaria del 19% per le erogazioni liberali a favore delle scuole oppure la stipula di un contratto di sponsorizzazione. In questo caso, bisognerà fare i conti con i paletti imposti dal nuovo regolamento di contabilità. Ad esempio che sarà il Consiglio di istituto a fissare i criteri e i limiti entro cui il dirigente scolastico potrà muoversi. E che andranno privilegiati i soggetti particolarmente attenti e sensibili ai problemi dell’infanzia e dell’adolescenza mentre verranno respinti quelli che svolgono attività in contrasto, anche di fatto, con la funzione educativa e culturale della scuola. Al tempo stesso una veste giuridica formale la avranno anche le raccolte fondi e le iniziative di crowdfunding. La relazione illustrativa che deve accompagnare il programma annuale delle attività dovrà spiegare a quali finalità sono indirizzati, esattamente come per i contributi volontari delle famiglie. E lo stesso dovrà avvenire a consuntivo, verificando se e come sono state spese le risorse. In una sorta di “controllo sociale” sull’uso dei fondi pubblici e privati collegati all’istruzione che, se confermato, somiglierebbe a una rivoluzione rispetto all’opacità attuale.


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