Personale della scuola

Ripetizioni in nero: nel mirino un business da 950 milioni

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

Un docente di greco che offre lezioni private a Milano potrebbe versare al fisco 7,5 euro dei 50 che incassa per ogni ora di ripetizione. Un suo collega di matematica residente a Roma ne pagherebbe invece 3,75 sui 25 ricevuti. Almeno stando agli ultimi numeri del Codacons che ha stimato in 950 milioni il giro d’affari complessivo delle sessioni di studio a domicilio. Nel 90% dei casi in nero. Ed è su questo business che la legge di bilancio in arrivo vuole provare a intervenire con una flat tax del 15% nuova di zecca. L’ennesima cedolare secca del nostro sistema fiscale, che nasce però già zoppa. Almeno stando alle bozze della manovra visto che non si applicherebbe ai supplenti né ai prof e studenti universitari.

La norma circoscrive la novità ai «docenti titolari di cattedra nelle scuole di ogni ordine e grado». Non varrebbe dunque per i prof precari e nemmeno per chi insegna all’università (o ci studia e dà ripetizioni per mantenersi). Sarebbero invece inclusi i maestri di infanzia e primaria. Che difficilmente però si portano il lavoro a casa. Volendo provare a quantificare la platea interessata i sindacati la stimano nel 10% dei docenti di ruolo nelle superiori. Un mini-esercito di 30-40mila insegnanti, per lo più concentrati in alcune discipline specifiche: latino, greco, matematica e lingue.

I primi a essere sorpresi per l’introduzione della tassa piatta sono i vertici del ministero dell’Istruzione. A volerla sarebbe stato il Mef che è a caccia di risorse aggiuntive per la copertura della legge di bilancio. Al momento una stima di gettito potenziale ancora non c’è. Anzi secondo i tecnici delle Finanze la misura, nella fase di debutto iniziale, produrrebbe addirittura un costo per l’erario di 28,5 milioni di euro nel 2020 e di 17,1 nel 2021. Numeri calcolati sulla base degli insegnanti che dichiarano al Fisco le somme ricevute per le ripetizioni a domicilio e che attualmente pagano l’aliquota del 23 per cento. Passare alla flat tax permetterebbe loro di risparmiare l’8% di prelievo.

La speranza è che, a lungo andare, la tassazione agevolata convinca i docenti interessati a uscire dal sommerso. E faccia così emergere nuova base imponibile. In quest’ottica, «la cedolare secca al 15% è positiva per chi vuole mettersi in regola con il Fisco», sottolinea il leader della Uil Scuola, Pino Turi. Volendo prendere per buone le stime dell’associazione dei consumatori sul business attuale di 950 milioni di nero (il 90% dei quali in nero) si può arrivare a immaginare un extragettito potenziale di un centinaio di milioni. Anche perché solo gli studenti delle superiori con un debito da recuperare a settembre erano oltre 500mila. Senza considerare i ragazzi delle medie, e quelli che corrono da un prof “a casa” per un quattro o un cinque a un compito in classe o a un’interrogazione.

Insomma, un mercato fiorente, alimentato anche dal mancato decollo dei corsi di recupero che le scuole sono, o per meglio dire, sarebbero tenute a fare (Beppe Fioroni promulgò un decreto ad hoc nell’ottobre 2007 per ribadire l’adempimento , poi con la legge 107 è arrivato pure l’organico del potenziamento, ma utilizzato prevalentemente per coprire le supplenze).

Il punto è che risorse scarse e una programmazione “carente” hanno reso i corsi di recupero di una manciata di ore e poco utili ai ragazzi. E così le famiglie si sobbarcano spese “extra”, che, stando a una recente indagine della Fondazione Luigi Einaudi, arrivano a superare, in media, anche i 1.600 euro all’anno.

Certo, «è giusto far emergere qualunque forma di lavoro nero - chiosa Licia Cianfriglia, responsabile relazioni istituzionali dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi, e dirigente scolastica -. Ma visto che l’esigenza di recupero c’è, per venire incontro a famiglie e studenti, sarebbe importante soprattutto dotare le scuole di risorse adeguate per adempiere al compito, valorizzando i docenti in servizio».


© RIPRODUZIONE RISERVATA