Famiglie e studenti

L’Ocse: in Italia la scuola non incide sulle disparità sociali, è allarme inclusione

di Al. Tr.

In Italia le origini sociali incidono molto sul percorso scolastico e da quasi 20 anni il Paese non riesce a ridurre in modo significativo il divario tra studenti svantaggiati e i coetanei più fortunati. Una situazione che si traduce non solo in un livello minore di competenze dei ragazzi, ma anche in un minore senso di benessere e di appartenenza, quindi in un “gap” dell’inclusione sociale che invece proprio dalla scuola dovrebbe partire. È il quadro che emerge dal rapporto Ocse dedicato all'”Equità nell’istruzione” che prende in esame oltre 70 Paesi, ovvero i 36 Paesi Ocse e altre nazioni partner. E descrive il nostro come un paese «immobile», nel quale il quadro delle disparità scolastica è rimasto praticamente immutato dal 2000. Dove il contrasto alle diseguaglianze funziona abbastanza bene alle scuole elementari, per poi peggiorare alle medie e ancor di più alle superiori, dove è ridotto al lumicino.

Disparità sociale e accesso all’istruzione
Nella Penisola le competenze scolastiche acquisite e anche la scelta del percorso di studi «sono legate fortemente alla provenienza sociale», dice lo studio. Sulla scala dei test internazionali di apprendimento Pisa, ci sono 76 punti di differenza nelle competenze di scienze tra un 15enne italiano che gode di una posizione socio-economica avvantaggiata e un coetaneo con un background svantaggiato e poiché 30 punti di differenza sono pari a circa un anno di studio, ne deriva che tra i due studenti ci sono più o meno due anni scolastici e mezzo di differenza nell’apprendimento. Se poi si mettono a confronto i super-bravi del Paese con gli studenti delle fasce socio-economicamente più svantaggiate, dice ancora lo studio, la differenza arriva a 150 punti.

Solo il 12% degli studenti svantaggiati va al liceo
Un divario “incommensurabile”, come sottolinea Francesco Avvisati, economista Ocse tra gli autori dello studio. In Italia, solo il 12% degli studenti svantaggiati è tra i più bravi del Paese e frequentano di solito un liceo. Ma anche il 10% dei ragazzi svantaggiati che frequentano gli istituti tecnici o professionali rientrano nella categoria dei più bravi, un livello elevato che sottolinea come le scelte dopo la scuola media in Italia siano spesso più legate alla provenienza sociale che alle attitudini scolastiche. Le differenze si ripercuotono poi nel successivo percorso scolastico. Nel nostro paese la differenza tra la probabilità di prendere una laurea tra chi ha genitori con un'istruzione elevata e chi ha invece genitori poco istruiti nel tempo è aumentato da 52 a 60 punti percentuali, con un trend che accomuna la Penisola al Cile e alla Repubblica Ceca.

Differenze che incidono anche sul benessere
I ragazzi con un background difficile, inoltre, spesso si trovano in scuole difficili: la metà degli studenti svantaggiati frequenta il 25% delle scuole più svantaggiate del Paese, mentre solo il 6% frequenta le scuole più avvantaggiate, un livello di ‘segregazione' per altro simile a quello medio osservato nei paesi Ocse. Solo i paesi nordici hanno i livelli di segregazione più bassi. Le disparità sociali si riflettono non solo sui risultati scolastici, ma anche sul benessere dei ragazzi più in generale. E questo «è l’aspetto più negativo per l’Italia», commenta Avvisati. La proporzione di studenti che si dice poco o per nulla soddisfatto della propria vita raggiunge il 18% tra gli studenti svantaggiati contro il 13% tra gli altri studenti. La percentuale di studenti svantaggiati che dichiara di «sentirsi nel proprio ambiente» a scuola è diminuita dal 2003 al 2015, dall'85% al 64%, un calo più significativo di quello registrato nel resto della popolazione. E non sentirsi bene a scuola si traduce più facilmente, con un circolo vizioso, in un minore impegno, in assenze ingiustificate e magari in una bocciatura.

Un paese sostanzialmente «immobile»
«In Italia il quadro delle disparità scolastiche non è cambiato molto dal 2000 in poi il Paese è rimasto immobile, anche se a livelli non terribili nel senso che sono vicini alle medie Ocse, ma all'interno di una cornice in cui la mobilità sociale è molto bassa», spiega Avvisati. Sottolineando che «sia la scuola, sia l’accesso al mondo dell’occupazione in Italia restano molto marcati dall’origine sociale» e «la scuola, invece di correggerli come dovrebbe, asseconda gli elementi di immobilità sociale del Paese, mentre l’inclusione dovrebbe iniziare proprio dalla scuola». Paesi come la Germania e gli Stati Uniti, da Bush a Obama, sono invece riusciti a ridurre l’impatto delle disparità. «Dove c’è stata la volontà politica di incidere su questo, sono arrivati i risultati» sottolinea l’economista secondo il quale «servono insegnanti, risorse e un sostegno mirato ai bisogni particolari degli studenti che hanno un background sociale e famigliare lontano dalle esigenze della scuola». In Italia, il contrasto delle disparità «funziona abbastanza bene alle elementari, ma che poi si perde alle medie e ancora di più con il passaggio al liceo, anche perché non esiste un orientamento vero e proprio».


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