Famiglie e studenti

Graduatorie infinite e soluzioni tampone: così la cattedra è divenuta «chimera» per i giovani

di Claudio Tucci

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L’ennesima “sanatoria”, che il consiglio di Stato ha rimesso alla Corte costituzionale, è contenuta nella normativa attuativa della Buona Scuola. Nel disegnare il nuovo sistema di formazione iniziale e reclutamento dei docenti italiani, gli allora governi Renzi e Gentiloni hanno previsto un regime transitorio, che passa per concorsi “agevolati” per stabilizzare i precari storici. Ma come? Dopo quasi 140mila assunzioni dal 2015 a oggi c’è ancora bisogno di selezioni riservate per immettere in ruolo supplenti di vecchia data? Purtroppo sì. È uno dei tanti paradossi dell’istruzione di casa nostra, che non riesce a far salire in cattedra giovani laureati e a portare un pò di merito in classe.

Il decollo del sistema di reclutamento 50-50
Esplode tutto nel 1999, quando arrivano le graduatorie permanenti (con subito 270mila inserimenti) e ci si affida a un doppio canale di reclutamento (ancora oggi vigente), 50% concorsi, 50% graduatorie, e che, da allora in avanti, peraltro, ha creato enormi difficoltà ad avere tutti i docenti in cattedra a inizio lezioni. Le graduatorie, dove attingere per i contratti di supplenza, sono divise in tre fasce, le prime due dove posizionano insegnanti abilitati, la terza dove sono inseriti i laureati. Ebbene, dal 1999 e per ben 13 anni consecutivi - con il placet dei sindacati - non si bandiscono concorsi pubblici. Così si stabilizza personale solo dal canale “graduatorie”. Le graduatorie però non si svuotano mai. Ci pensano i successivi governi e le sentenze dei giudici a inserire, di volta in volta, nuovi docenti. A oggi in queste “liste” ci sono ancora oltre 80mila precari.

Il tentativo Profumo del 2012 e l’era delle selezioni per soli abilitati
Il tema è delicato. Nel 2012, Francesco Profumo, ruppe questo schema, e bandì un nuovo concorso per circa 12mila cattedre. Anche qui, il requisito era: docenti abilitati. Tocca poi alla Buona Scuola di Renzi bandire una nuova selezione: 63.712 posti, per il triennio 2016-2018. E ancora una volta, le cattedre erano riservate ai soli docenti abilitati. Da Mariastella Gelmini in poi si cambiano percorsi abilitanti, ne debuttano di nuovi, con l’unico risultato di creare nuove sacche di precariato. Nel frattempo, le supplenze non diminuiscono, e pure quest’anno ce ne saranno 80/90mila. Anche perché molte classi di concorso, quasi interamente al Nord, esauriscono precari in lista.

Quando giovani laureati in cattedra?
Ecco allora che con la Buona Scuola, oltre al concorsone, si delinea un nuovo percorso per “ringiovanire” la casse docente, confermando, tuttavia, un periodo transitorio per stabilizzare i precari abilitati e chi insegna da oltre tre anni, ma non ha l’abilitazione. Prima del decollo ufficiale del Fit, il nuovo percorso di formazione iniziale e inserimento dei docenti laureati. Una stima fatta dal Miur, lo scorso anno, indicata che una prima percentuale di Fit (giovani laureati), circa il 10%, riuscirà a salire in cattedra solo entro il 2021/2022. Per numeri più consistenti bisognerà attendere almeno il 2024/2026.
Ora il neo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, deve decidere (e in fretta prima che lo faccia la Consulta) che fine far fare a questo periodo transitorio. Ma, nel frattempo, già ha messo in cantiere l’ennesimo concorso straordinario riservato alle maestre non laureate (la grana scoppiata in questi mesi).

La situazione prodotta in questi 20 anni fa rabbrividire tra stratificazioni normative, graduatorie infinite, soluzioni tampone, e legittime aspettative degli stessi precari storici. Un risultato tutto questo lo ha prodotto: l’età media dei docenti italiani è arrivata a 51,2 anni. Non male per un paese che dice (a parole) di voler valorizzare giovani e merito.


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