Famiglie e studenti

Altro dietrofront, riforma dimezzata

di Eugenio Bruno

L’alternanza rischia di diventare l’ennesima pagina di riformismo all’italiana. Quello che impiega anni a cambiare un paradigma – nel caso di specie ad abbattere lo steccato che ha sempre separato la scuola dal mondo del lavoro –, finalmente ci riesce, lo regolamenta, lo attua. Ma al primo problema, magari sulla spinta del vento (politico) che cambia, anziché correggere la rotta sceglie di tornare sui propri passi. Per di più con una semplice circolare ministeriale e senza neanche modificare la norma di partenza.

Di per sé la scelta di derogare per via interpretativa all’obbligo di legge – svolgere 400 (nei tecnici e nei professionali) o 200 (nei licei) ore di formazione on the job per essere ammessi alla maturità – avrebbe un senso se fosse dettato, da un lato, dall’esigenza di agevolare gli studenti. E, dall’altro, di rimuovere le pastoie burocratiche e le resistenze anche dei docenti che ne hanno frenato l’applicazione su larga scala nei suoi primi tre anni di vita. Come segnalato a suo tempo anche dalle imprese.

L’impressione è che ci troviamo dinanzi a una fattispecie diversa: allo smontaggio di un’altra costola della Buona Scuola, sull’onda della lunghissima campagna elettorale che abbiamo alle spalle, prima ancora di averne valutato i relativi costi/opportunità. La quarta se prendiamo in esame solo gli ultimi mesi. Dopo le “ingessature” introdotte per via contrattuale sulla chiamata diretta dei presidi, sulle risorse (e criteri) per l’erogazione del bonus ai docenti meritevoli, sui criteri per la mobilità straordinaria dei prof. E se tre indizi fanno una prova figuriamoci quattro.


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