Famiglie e studenti

Borgonovi (Ocse) in difesa delle prove Invalsi: test standardizzati utili a docenti e scuole

di Giuliana Licini

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Spesso deprecati, se non boicottati in Italia, i test scolastici standardizzati sono utili agli insegnanti per insegnare e valutare, alle famiglie per scegliere e al sistema d'istruzione per progredire. Sono uno strumento per fotografare la qualità della scuola, tanto più in tempi di autonomia e sperimentazioni, «servono per vedere cosa funziona e cosa non funziona, senza nessun intento punitivo», sottolinea Francesca Borgonovi, economista all’Ocse specializzata nei temi dell’istruzione e autrice di molti studi di ambito Pisa, la versione internazionale degli Invalsi. «I test standardizzati hanno un valore per gli insegnanti, per capire il valore dei loro studenti e danno strumenti utili per aggiustare l’approccio pedagogico», spiega Borgonovi. È vero che gli insegnanti hanno tanti modi per valutare gli studenti, «ma quando c’è un’interazione diretta, il professore si pone in maniera diversa con lo studente. Tantissimi studi di sociologia fanno vedere che esistono differenziazioni del comportamento che insegnanti, genitori e gli stessi studenti hanno relazionandosi l’uno con l’altro». Per cui l’importanza del test standardizzato sta «anche nell’evitare questo tipo di condizionamenti e capire la competenza reale dei singoli studenti in aree molto specifiche, che spesso non vengono valutate in maniera approfondita dagli insegnanti».

I test hanno poi un valore di sistema, «perché se accettiamo che una scuola sperimenti e abbia autonomia e cerchi di dare un’offerta formativa diversa, bisogna poi capire» che frutti produce. In questo modo si possono diffondere gli esperimenti e le autonomie che danno buoni risultati ed evitare quanto funziona meno. «L’autonomia funziona se esiste un meccanismo di trasparenza e di ‘accountability'» nei confronti del sistema centrale «che mette i soldi della comunità e può accertarsi tramite i test cosa porta quell'autonomia».

In seconda battuta, i test possono far emergere i contesti di criticità, ad esempio legati ad ambiti socio-economici svantaggiati, a un ‘match' di insegnanti-studenti non ottimale o a un approccio pedagogico che non funziona. «Individuare le criticità aiuta a correggerle», sottolinea Borgonovi. Tra le criticità ci sono i risultati degli ultimi test Pisa che mostrano, è vero, che le competenze medie degli studenti italiani sono basse rispetto ai loro coetanei degli altri Paesi Ocse, «ma è altresì vero che ci sono differenze notevoli non solo tra scuole in regioni diverse, ma anche tra scuole nella stessa regione». In una regione come la Puglia, anche in un contesto socio-economico svantaggiato, «ci sono stati miglioramenti notevoli nelle competenze che i 15enni esprimono negli ultimi anni», ricorda Borgonovi, citando anche «il Triveneto dove ci sono scuole che hanno competenze altissime non solo a livello italiano, ma mondiale». Insomma, “best practices” da cui trarre esempio.

Avere test standardizzati con una copertura estesa del territorio nazionale può dare informazioni anche alle famiglie a cui vanno dati strumenti validi per orientarsi e scegliere le scuole per i figli. In Italia, nella scelta della scuola «ci si basa più spesso sulla reputazione di quell'istituto, che tuttavia è basata su criteri molto diversi rispetto a quello della vera qualità del servizio formativo», spiega l’economista. D’altro canto la reputazione è nella grande maggioranza dei casi l'unico orientamento disponibile, visto che i risultati Invalsi molto raramente sono resi pubblici. I test comunque non sono l’unico strumento che può essere utilizzato per valutare la qualità di una scuola. Nell’area Ocse sono utilizzati, ad esempio, anche i colloqui con professori o studenti, oppure controlli periodici di enti preposti alla valutazione delle scuole sotto molteplici profili. Nel mondo anglosassone, poi, i ranking delle scuole sono comuni.

Un altro “nodo” su cui insiste Borgonovi è quello delle disparità di preparazione tra scuole che riflettono ambiti socio-economici diversi. Una soluzione potrebbe essere di offrire il trasferimento dei migliori insegnanti e dirigenti con adeguati incentivi economici e di carriera nelle scuole in contesti difficili e di fare poi ampio ricorso all’autonomia e alla sperimentazione, proponendo ad esempio il rafforzamento dello studio di alcune materie, delle lingue straniere o anche programmi bilingui. Questo, oltre ad aumentare competenze e chance degli studenti di quella scuola, «avrebbe anche la capacità di attrarre studenti di altre zone» e contesti, ottenendo una maggiore varietà che andrebbe a vantaggio di tutti e non solo nelle competenze. È su questa linea – ricorda Borgonovi – che si sono mossi in Cina, a Shanghai, dove, per inciso, ci sono i migliori studenti di matematica del mondo. Ma anche per arrivare a questo serve la valutazione standardizzata.


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