Famiglie e studenti

Dopo 5 anni il 38% degli insegnanti-laureati è ancora precario

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Donna, precaria, con ridotte conoscenze informatiche e uno stipendio basso. È l'identikit dei laureati-insegnanti che emerge da uno studio ad hoc realizzato da AlmaLaurea. L’approfondimento è compiuto su circa 5.000 docenti (laureatisi, in corsi pre-riforma, nel 2006, 2004 o 2002): l’11% del complesso dei laureati occupati, di cui il 7% lavora in una scuola primaria e dell'infanzia, il 2% nell’ambito della scuola secondaria, i restanti 2% in altri contesti.

Identikit dei laureati-insegnanti
Dal focus emerge che l'insegnamento è una prerogativa soprattutto femminile: l'80% dei laureati-insegnanti è donna, con picchi del 95% nella scuola primaria e dell'infanzia (per il complesso degli occupati la componente femminile è del 55%). Gli insegnanti rappresentano la categoria professionale con la più ridotta conoscenza di strumenti informatici. Se ne ha conferma, sia per gli insegnanti di scuola superiore che per quelli di scuola primaria e dell'infanzia. In media conoscono bene, infatti, poco più di 2 strumenti informatici (sui 10 rilevati), contro più di 3 per le altre figure professionali. Tant’è che ben il 25% dei docenti di scuola dichiara di non conoscere bene neppure uno strumento informatico, mentre è solo il 14% tra le altre figure professionali.

Il nodo precariato
Nel momento in cui larga parte dei laureati riesce a raggiungere la stabilità lavorativa, gli insegnanti si trovano ancora intrappolati nelle maglie della precarietà. Perché? L'indagine mostra che la maggior parte degli insegnanti, 80%, è occupato nel pubblico impiego, dove la precarietà è un fenomeno assai più diffuso, rispetto a quanto non avvenga per coloro che sono impiegati nel privato. Non stupisce quindi che tra i laureati-insegnanti solo uno su tre disponga di un contratto stabile, contro il due su tre di coloro che sono inseriti nel privato Inoltre, contrariamente a quanto accade per le altre professioni, lo svantaggio in termini di stabilità nel lungo periodo, lungi dal diminuire, cresce. Se a un anno il contratto precario interessa il 65% dei laureati insegnanti, ed è solo il 16% per gli altri sbocchi professionali. A cinque anni coinvolge ancora il 61% dei laureati insegnanti, mentre scende drasticamente al 9% per le altre figure professionali. Il contratto a tempo indeterminato interessa, a un lustro dalla laurea, solo il 38% dei laureati insegnanti, mentre è il 74% per altri sbocchi occupazionali.

Il guadagno
A un anno dal titolo gli insegnanti guadagnano circa 1.000 euro netti, il 3% in meno di quanto percepiscono coloro che si sono indirizzati verso altre professioni. Con il trascorrere del tempo la situazione economica dei laureati-insegnanti peggiora: se per i laureati-insegnanti le retribuzioni medie aumentano, in termini reali, tra uno e cinque anni dalla laurea dell'8% circa, attestandosi a poco meno di 1.100 euro mensili netti, per coloro che hanno trovato un’occupazione differente l'incremento, nel medesimo periodo, è superiore al 30%, con una retribuzione media di poco inferiore a 1.400 euro.

Il tasso di appagamento
Cosa li appaga? Vari aspetti dell'attività lavorativa svolta: in particolare, per ciò che riguarda l'utilità sociale del lavoro, la rispondenza con i propri interessi culturali, la coerenza con gli studi universitari compiuti ed il tempo libero a disposizione. Permangono tuttavia elementi di criticità: per le prospettive di guadagno e di carriera, che non ritengono soddisfacenti, così come per stabilità e il tipo di contratto. Gli insegnanti, sono in generale più appagati dal proprio lavoro, anche considerando che si dimostrano generalmente meno propensi a ricercare un nuovo impiego. Solo il 14% degli insegnanti, quelli della scuole medie e medie superiori, afferma infatti di essere alla ricerca di una nuova attività lavorativa. Percentuale che scende addirittura al 9% tra gli insegnanti di scuola, mentre è pari al 26% tra i laureati occupati in altre attività lavorative. Con il trascorrere del tempo alcuni aspetti, però, vanno ad incrinarsi, in particolare la soddisfazione per il lavoro svolto. Insoddisfazione che, nel lungo periodo, interessa la maggior parte dei laureati; ma che è più accentuata per i laureati-insegnanti, forse perché nutrono fin da loro ingresso nel mercato del lavoro aspettative di realizzazione più elevate dei loro colleghi. Questo deterioramento dei livelli di soddisfazione, in un lasso di tempo davvero ridotto, ci porta a chiederci: per quanto tempo possiamo ancora continuare a valorizzare così poco un settore professionale così strategico per la crescita del nostro Paese? Come possiamo pensare di formare le nuove generazioni se siamo noi i primi a non investire su chi deve trasmettere la conoscenza?


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