Enti e regioni

Giovani senza lavoro, l’Italia paga i ritardi nella formazione Lavora il 17%, Eurozona al 31%

di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci

Se fosse un campionato di calcio, l’Italia dei giovani sarebbe drammaticamente “in zona retrocessione”. Siamo infatti terz’ultimi come tasso di disoccupazione under25, a dicembre pari al 29,7%, peggio di noi solo Spagna e Grecia. Abbiamo una percentuale di occupati nella stessa fascia d’età che è pari quasi alla metà della media dell’area euro (nel terzo trimestre 2020 eravamo al 16,7% contro il 31,4% dei 19 Paesi europei), e il divario cresce rispetto alla media dei paesi industrializzati (è del 38,2% la media Ocse). Siamo addirittura in fondo alla classifica come quota di «Neet», ragazzi cioè che non studiano e non lavorano e non si formano: sono due milioni. Con il tasso di laureati tra i 30 e i 34 anni fermo ad appena il 27,9% (ultimo dato del 2019), siamo penultimi a livello internazionale, facciamo meglio solo della Romania. Per non parlare dei giovani laureati nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics), le più ricercate dal mercato del lavoro: nel 2019, appena il 24,6% dei 25-34enni possedeva un titolo terziario in queste materie tecnico-scientifico, con una forte differenziazione di genere, il 37,3% sono uomini, appena il 16,2% donne. Siamo anche qui distanti dai paesi nostri competitor, in Francia i giovani laureati Stem sono il 26,8%, in Spagna il 27,5%, in Germania si sale ancora: 32,2 per cento.

Guardando i principali indicatori del mercato del lavoro e del nostro sistema formativo, emerge con chiarezza come i giovani rappresentino il principale anello debole (insieme alle donne), e siano stati i più penalizzati durante l’emergenza Covid, perchè impegnati più spesso in contratti flessibili. Non a caso, nel discorso programmatico al Senato il premier Mario Draghi ha in più occasioni fatto riferimento proprio ai giovani, e alla necessità di dare «risposte concrete e urgenti». I giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno abbandonato gli studi sono il 13,5% (la media Ue è a ferma al 10,3%); il dato è del 2019, ma c’è da aspettarsi che nel 2020 peggiori, vista la pandemia e la scuola che dallo scorso marzo è costretta ad andare avanti a singhiozzo tra Dad e lezioni in presenza. A far da contraltare è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, ovvero la difficoltà di reperire determinate figure professionali ricercate dalle imprese: secondo gli ultimi dati Unioncamere-Anpal, tra i giovani, a gennaio, è del 35%, con picchi del 50-60% tra le professioni tecnico-scientifiche.

«Uno dei nodi del nostro Paese è l’inserimento dei ragazzi nel mondo del lavoro al termine degli studi - sottolinea Marco Leonardi, economista alla Statale di Milano -. In Italia ci si mette più tempo, in media circa 14 mesi, contro gli 8 a livello internazionale. Ed è qui che bisogna intervenire creando le opportunità di lavoro».

Il punto è che il Covid e tutto il 2020 ha peggiorato, e sensibilmente, il quadro. Ad esempio, il tasso di occupazione giovanile è diminuito lo scorso anno del 2,4% tra i 15 e 24 anni e dell’1,8% tra i 25 e i 34 anni, e il numero di nuovi rapporti di lavoro avviati, sempre nel 2020, è in calo soprattutto per i giovani. L’incertezza generata dall’epidemia ha ridotto le possibilità di accesso per chi si affacciava nel mercato del lavoro per la prima volta, osserva Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt: «Con aziende che non assumevano e non avviavano tirocini o altre forme di rapporto chi si trovava ai blocchi di partenza, al termine di un percorso di studi, non ha avuto la possibilità di fare alcun passo - aggiunge Seghezzi -. Questo al contrario di chi invece beneficiava di tutele come la cassa integrazione Covid e il blocco dei licenziamenti. Ulteriore fattore è stata la forte penalizzazione di chi aveva contratti non standard, la cui incidenza sui giovani è molto maggiore rispetto alla media complessiva. Se i giovani sono la fascia in cui i contratti a termine sono più presenti, e i contratti a termine sono quelli che le imprese hanno scelto di sacrificare non rinnovandoli (in buona parte a causa dei vincoli imposti dal decreto Dignità) è chiaro che proprio i giovani sono stati i più penalizzati in questi mesi. Motivo per cui tra gli oltre 300mila occupati a termine persi nel 2020 i giovani la fanno da padrone».

Va detto anche che i nostri sistemi di welfare non proteggono bene i ragazzi: «I giovani lavoratori hanno minori probabilità di ricevere un sussidio di disoccupazione, a causa della breve e instabile storia lavorativa - evidenzia Andrea Garnero, economista dell’Ocse -. Per evitare che questa crisi lasci cicatrici durature sulle carriere e sul benessere dei giovani, i Paesi devono agire rapidamente e aiutare i giovani a mantenere un legame con il mercato del lavoro e il sistema educativo».

Le imprese da tempo chiedono un cambio di passo. In una recente audizione sul Recovery Fund Confindustria ha indicato una ricetta per migliorare il rapporto giovani-mercato del lavoro: occorre creare degli Steam Space a cominciare dalle scuole medie per potenziare orientamento e formazione 4.0 dei docenti. Va poi rafforzata, nelle superiori, la filiera alternanza-apprendistato. Da far decollare sono inoltre gli Its, a cominciare dalle loro sedi e dai laboratori, per costruire, in raccordo con le università, quella filiera terziaria professionalizzante, strategica per la riduzione delle skills mismatch. Proposte in parte raccolte nelle dichiarazioni programmatiche del nuovo premier. Ma il tempo stringe e bisogna passare dalle parole ai fatti.


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