Formazione in azienda

Un’arma in più per vincere la sfida del capitale umano

di Eugenio Bruno

Enrico Mattei lo aveva capito già nel 1957: la formazione del capitale umano è una variabile cruciale per lo sviluppo e anche le aziende devono muoversi in prima persona per aggiungere competenze alle conoscenze acquisite dai lavoratori (soprattutto i neo-assunti) sui banchi di scuola o nelle aule universitarie. Da lì la scelta di istituire la Scuola che portava il suo nome e che, nata come struttura post lauream sugli idrocarburi, in 63 anni ha formato circa 3mila studenti di 110 diversi Paesi.

Quella del Cane a sei zampe è solo una delle centinaia di Academy che le imprese italiane hanno avviato negli anni e che Il Sole 24 ore vuole raccontare con questa Guida: una pubblicazione di oltre 100 pagine che non ha alcun intento enciclopedico ma vuole piuttosto accendere un faro su un fenomeno sempre più diffuso. E sempre più variegato. In un pot-pourri di iniziative non ancora regolato che, accanto a realtà chiuse e limitate ai propri dipendenti, presenta strutture aperte anche a studenti esterni. In un contesto istituzionale che sta a sua volta cambiando. Anche in termine di consapevolezza. Come dimostra la scelta delle Marche di riconoscere le Academy aziendali e stabilire i requisiti minimi per avere il “bollino” regionale.

Come spesso accade, la spiegazione (o almeno una delle spiegazioni) di un fenomeno va cercata nei numeri. A cominciare da quel 14,7% di italiani (dai 15 anni in su) possesso di una laurea. Un dato che è di gran lunga più basso non solo del campione di diplomati (30,6%) ma anche di quelli in possesso della sola licenza elementare (17%). Se è vero che questa situazione viene da lontano ed è dovuta soprattutto ai bassi tassi di scolarizzazione degli over 65, ci sono un altro paio di indizi che non possiamo trascurare. Il primo riguarda la scarsa propensione alla formazione continua, testimoniata dall’8,1 % di adulti fra i 25 e i 64 anni che ha avuto un’esperienza di apprendimento recente (nelle quattro settimane precedenti) rispetto alla media Ue dell’11,1 per cento; il secondo deriva dall’enorme mismatch tra il numero di posti di lavoro che richiedono basse qualifiche (2,5 milioni nel 2017) e il numero di adulti scarsamente qualificati (oltre 12 milioni). Un vuoto formativo da colmare al più presto. Con il contributo di tutte le parti in causa.


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