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Lavoro giovanile, operativi 2 sgravi su 7

di Eugenio Bruno, Valentina Melis, Claudio Tucci

In Italia il lavoro e i giovani continuano a non incontrarsi. A dirlo sono le statistiche nazionali e internazionali. Nel nostro paese il tasso di disoccupazione degli under 25 è del 32,8%, contro una media europea del 14,6%, riferita alla Ue a 28 Paesi. Peggio fa solo la Grecia con il 39,5% visto che anche la Spagna, finora penultima, ci ha scavalcato. È l’ultima fotografia scattata da Eurostat con dati riferiti a febbraio 2019. Di cui nelle 164 pagine del Documento di economia e finanza (Def), varato mercoledì scorso dal governo gialloverde, non c’è traccia. Così come nelle 148 del programma nazionale di riforma (Pnr).

In entrambi i documenti manca anche una ricetta per il rilancio dell’occupazione giovanile. Tant’è che la troviamo associata solo al reddito di cittadinanza, definito dal Pnr il «principale strumento» per accompagnare gli inoccupati al lavoro. Peccato che delle oltre 800mila domande censite dall’Inps all’8 aprile appena il 3% abbia riguardato gli under 25.

Le contromisure adottate finora da vari governi per invertire la rotta non sembrano aver avuto effetto: né quelle basate su fondi europei, come Garanzia giovani, né l’introduzione di incentivi e sconti contributivi per le aziende che assumono under 30, che prosegue ininterrotta dal 1° maggio 2014. Anche perché cinque strumenti su sette tra quelli a disposizione delle aziende per assumere i giovani non sono ancora pienamente operativi. Passando sopra alla loro complessità e, per certi versi, disomogeneità.

Le misure nazionali al palo

Partiamo dallo sconto del 50% dei contributi fino a 3mila euro all’anno per assumere lavoratori under 35 (legge 205/2017, articolo 1, commi 100 e seguenti): nel 2018 è stato richiesto per inserire appena 133.764 lavoratori; in pratica, solo il 7% delle assunzioni e stabilizzazioni avvenute nell’anno. Dal 2019, la stessa misura si può richiedere per reclutare under 30.

E veniamo così al reddito di cittadinanza, cioè l’aiuto economico che parte da 6mila euro all’anno per un single ed è condizionato a un percorso di reinserimento lavorativo, affidato essenzialmente ai centri per l’impiego. Una misura che, sommata a quota 100 - come si legge nel Def - avrà però nell’immediato l’effetto di far aumentare il tasso di disoccupazione dello 0,3% nel 2019 e dello 0,7% nel 2020, anche perché aumenteranno le persone alla ricerca attiva di un lavoro (il Def ricorda che, secondo l’Istat, l’aumento delle forze di lavoro riconducibile all’introduzione del reddito di cittadinanza è di 470mila persone). Il tasso di occupazione «complessiva» tornerebbe a salire solo dal 2021 (+0,3%).

Al sussidio sono collegati anche incentivi economici per chi assume. L’azienda che inserirà un percettore del reddito di cittadinanza avrà diritto a uno sgravio pari alla differenza tra 18 mensilità di Rdc e le mensilità del sussidio già percepite dal beneficiario assunto (il tetto massimo dell’aiuto al datore è di 780 euro per un periodo di almeno cinque mesi, ossia 3.900 euro). Per far partire questi incentivi, però, andrà istituita la piattaforma dedicata al reddito di cittadinanza presso l’Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive: qui le aziende dovranno comunicare la disponibilità dei propri posti vacanti. A oggi, la piattaforma non è ancora attiva. Il percettore di Rdc che avvia invece un’attività in proprio avrà diritto a un aiuto pari a sei mensilità del sussidio (4.680 euro). Anche in questo caso, serve un decreto di attuazione.

Tra le misure per sostenere l’occupazione, il Def cita altri tre incentivi, due dei quali ancora inapplicabili. Vale a dire, il bonus contributivo da 3mila euro all’anno per assumere under 35 introdotto dal decreto 87/2018 dell’estate scorsa (il decreto “dignità”). A oggi, non si può chiedere perché manca il decreto del ministero del Lavoro che deve stabilire le modalità di fruizione (chi ha assunto a tempo indeterminato, da gennaio, avrà comunque diritto a recuperare le mensilità pregresse del bonus). E anche il bonus “eccellenze”, per inserire laureati con 110 e lode e dottori di ricerca, introdotto dalla legge di Bilancio 2019, attende le istruzioni operative dell’Inps, essenziali per far partire le richieste.

Il bicchiere «mezzo vuoto» di Garanzia giovani

Allargando il cerchio alle misure finanziate con fondi Ue il quadro non cambia. Come conferma l’ultimo report di Garanzia giovani, il piano pensato per collocare sul mercato del lavoro gli under 29 altrimenti “incollocabili”. Quando ci si riesce, anche qui tramite i centri per l’impiego (o tramite le agenzie private), ci si limita a tirocini e stage. Degli 1,1 milioni di Neet iscritti alla piattaforma e presi in carico, il 56,9% è stato avviato a un intervento di politica attiva. Ma in quasi sei casi su 10 si tratta di un tirocinio extra-curriculare. Certo, una fetta di questi rapporti poi si trasforma in contratti subordinati (il 52,5% risulta occupato, tra tempo indeterminato, contratti a termine, apprendistato). Insufficiente però a rilanciare la “buona” occupazione giovanile.


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