Formazione in azienda

Dall’inizio della crisi triplicate le «fughe» all’estero in cerca di lavoro

di Nicola Barone

Migrare all'estero in cerca di opportunità di lavoro. È un fenomeno in costante crescita negli ultimi anni, dai 40mila del 2008 a quasi 115mila persone nel 2017. Quindi, in meno di dieci anni, le "fughe" sono quasi triplicate. Il dato si evince dal Rapporto «Il mercato del lavoro 2018», frutto della collaborazione tra ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Nel complesso in Italia il mercato del lavoro tiene a fronte di segnali di flessione dei livelli di attività economica. Ma nonostante la crescita dell'occupazione negli ultimi anni, rimane ampia la distanza dell'Italia dall'Ue15. Per raggiungere il tasso di occupazione della media Ue15 (nel 2017 pari a 67,9%, contro il 58% di quello italiano) il nostro Paese dovrebbe avere circa 3,8 milioni di occupati in più.

L'età media al primo ingresso è di circa 22 anni, nel 55% dei casi si tratta di uomini. Su 100 primi ingressi, oltre 50 si registrano nel Nord, 20 al Centro e 30 nel Mezzogiorno; 80 sono riferiti a cittadini italiani e 20 a stranieri. In base a dati del 2017, secondo lo studio «il contratto a tempo determinato è il più utilizzato al primo ingresso (50%), seguito da apprendistato (14%) e lavoro intermittente (12%). Solo il 9% avviene con contratto a tempo indeterminato o in somministrazione e il 4% nella forma di collaborazione». Per i giovani alle dipendenze «le professioni più frequenti sono camerieri e assimilati (12%), commessi delle vendite al minuto (8,5%), braccianti agricoli (7,4%), lavori esecutivi di ufficio (2,8%)».

Nel Rapporto si legge poi che «l'aumento della quota di occupazione meno qualificata, accompagnata dalla marcata segmentazione etnica del mercato del lavoro italiano, ha favorito la presenza di lavoratori immigrati più disposti ad accettare lavori disagiati e a bassa specializzazione». Tra il 2008 e il 2018 gli stranieri sono passati dal 7,1% al 10,6% degli occupati. Nei servizi alle famiglie su 100 occupati 70 sono stranieri.

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Sottoccupati e sovraistruiti: nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a quasi 5,7 milioni: quasi un occupato su 4. E, viene sottolineato, negli anni il fenomeno aumenta progressivamente, «sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute». Considerando congiuntamente i sottoccupati e i sovraistruiti, «il sottoutilizzo del lavoro riguarda 6 milioni 260mila occupati (27,2% del totale). Nella maggior parte dei casi i due tipi di sottoutilizzo riguardano profili differenti, anche se alcuni individui si trovano in entrambe le condizioni di inadeguatezza: 318 mila occupati sono sia sottoccupati sia sovraistruiti (1,4% degli occupati); tale percentuale è maggiore per i giovani di 15-34 anni (2,5%) e più che doppia per gli stranieri (3,8%)". Inoltre il fenomeno della sovraistruzione, si spiega nel rapporto, che già tocca un occupato su quattro (24,2%) e un diplomato e laureato su tre (35,0%), è «in continua crescita».

In generale quindi, c'è un problema di mancato incontro tra offerta e domanda di lavoro, tra il titolo di studio conseguito e quello più richiesto dalle imprese per la professione in questione. Si spiega come, sulla base dei flussi assunzioni 2014-2016, il disallineamento abbia interessato «più della metà (53,5%) delle assunzioni nelle imprese italiane: la diffusione della sovraistruzione (31,6%) è maggiore di quella della sottoistruzione (21,8%), soprattutto per gli under 29; per gli over 49 prevalgono invece i sottoistruiti».

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Il ricorso alle agevolazioni nelle assunzioni è stato «più significativo» per le piccole imprese e più frequente al Sud. Dal cosiddetto "bonus Giovannini" a "Garanzia Giovani", passando per l'esonero triennale del 2015, gli sconti hanno avuto effetti diversi. «Se la quota di aziende incentivate è più elevata tra le aziende maggiori (nel 2016 l'85% beneficiava di almeno un lavoratore incentivato), il ricorso alle agevolazioni è complessivamente più significativo nelle piccole imprese. Quelle sotto i dieci dipendenti assorbono il 40% delle agevolazioni complessive mentre l'incidenza sull'occupazione totale è del 28%; per le imprese con oltre 250 dipendenti questi valori sono rispettivamente il 14% e il 31%. A livello territoriale, invece, «emerge la sovra-concentrazione delle agevolazioni nel Mezzogiorno, che pesa per il 25% sul totale dell'importo delle agevolazioni, per il 19% sull'occupazione dipendente totale».


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