Formazione in azienda

Riaperto il canale dell’apprendistato

di Michele Tiraboschi* e Matteo Colombo*

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Nei primi otto mesi del 2018 il numero di assunzioni in apprendistato ha già superato il totale del 2017: più di 200mila contro i circa 180mila dell’intero anno precedente, secondo i recenti dati Inps. E una delle tipologie di questo istituto, quello di primo livello, è toccato dalla Legge di Bilancio che prevede da un lato un taglio di 27 milioni per alcuni benefici contributivi ma, dall’altro, un potenziamento di 50 milioni di euro dei finanziamento per i percorsi formativi ad esso connessi. Ciò nonostante, è opportuno chiedersi se questa diffusione sia motivata dalla riscoperta del valore formativo del contratto d’apprendistato o dalla sua esclusiva convenienza economica. Di particolare rilievo, in questa prospettiva, è il progetto Work-based learning in vocational education and training realizzato dall’Ocse, con l’obiettivo di promuovere e diffondere un apprendistato e una formazione professionale di qualità. Uno dei dati che emergono da questo studio è che l’Italia presenta minimi salariali per gli apprendisti più alti di altri Paesi europei.

Una formazione di qualità, finalizzata a percorsi d’apprendimento e d’inserimento aziendale di valore sia per il giovane che per il datore di lavoro, porta necessariamente con sé investimenti dedicati, che si abbinano a una retribuzione corrisposta all’apprendista più bassa – così come emerge nel quadro comparato sopra richiamato. Ma ciò avviene solo se la natura dell’istituto è riconosciuta nella sua interezza come percorso d’apprendimento e formazione “al lavoro”, oltre alla sua convenienza economica attuale: ciò che è quindi necessario è un diverso approccio in primis culturale nei confronti dei percorsi d’apprendistato, da parte sia dei datori di lavoro, ma anche da parte delle realtà formative, che spesso implicitamente negano l’effettiva valenza formativa e di crescita dell’istituto, relegando la formazione duale a una seconda scelta destinata a chi “non ha le qualità” per frequentare percorsi scolastici “tradizionali”. Il rischio concreto è quello di incorrere in una diffusione dell’istituto esclusivamente motivata dalla sua convenienza economica e non – anche – dalla sua valenza formativa. A questo proposito la scarsa valorizzazione della dimensione formativa dell’istituto può provocarne, se non la sparizione, di certo una forte limitazione.

Ci si priva così di un dispositivo d’indubbio valore: l’apprendistato, se ben progettato e gestito da tutti i protagonisti del contratto, coniuga sapere e saper fare in un percorso d’apprendimento dove il giovane viene accompagnato a imparare non solo un mestiere ma anche a vivere la valenza formativa ed educativa del lavoro stesso, permettendogli quindi di ottenere, oltre a determinate competenze professionali, una capacità d’apprendimento continua in grado di generare una vera occupabilità - non solo a breve termine.

* Michele Tiraboschi è ordinario di Diritto del lavoro all'Università di Modena
* Matteo Colombo è ricercatore
della Fondazione Adapt

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