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Ad agosto torna a crescere il tasso di disoccupazione giovanilei

di Claudio Tucci

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Ad agosto l’Istat ha registrato 69mila occupati in più sul mese, +312mila sull’anno, con il tasso di occupazione che ha raggiunto il livello più alto (dall’inizio delle serie storiche, 1977), pari al 59 per cento.

In piena estate sono tornati a salire i rapporti a tempo indeterminato, anche per effetto delle stabilizzazioni di contratti a tempo di durata più lunga per sfuggire alla stretta (il ritorno delle causali dopo i primi 12 mesi “liberi”) introdotta, dallo scorso 14 luglio, con il decreto Conte. Hanno ripreso a crescere in modo consistente, anche, i rapporti temporanei, complice l’ondata di rinnovi per beneficiare del regime transitorio (vecchie regole Jobs act); possibilità che il Legislatore ha offerto agli operatori fino al prossimo 31 ottobre.

Il tasso di disoccupazione, ad agosto, è sceso sotto la soglia “psicologica” del 10%, siamo al 9,7%, ai minimi da gennaio 2012 (ma distanti dall’8,1% dell’area Euro). La discesa dei disoccupati (oggi ci sono 2,5 milioni di persone senza un impiego) va letta anche alla luce della crescita degli inattivi, tra cui sono conteggiati gli “scoraggiati, sul mese incrementati di ben 46mila unità. Per i giovani, la situazione resta difficile: il tasso di disoccupazione è risalito al 31% (+0,2 punti sul mese - ma meno 3,5 punti sull’anno); restiamo, tuttavia, distantissimi dai primi della classe in Ue, vale a dire la Germania, in calo al 6,2 per cento (peggio dell’Italia, solo Grecia, 39,1% - ultimo dato disponibile, giugno 2018, e Spagna, 33,6 per cento).

La fotografia scattata ieri dall’Istat ha confermato un mercato del lavoro in chiaro-scuro; e che, peraltro, anche alla luce delle recenti dinamiche socio-demografiche ed economiche, è radicalmente cambiato, se, entrando nel dettaglio, si guardano i dati nell’arco degli ultimi dieci anni. Dal 2008 a oggi (media dei primi due trimestri 2018) l’occupazione giovanile (15-34 anni) è crollata: -1.840.500 posizioni, a dispetto di incentivi, più o meno parziali, e annunci ad hoc, dei vari esecutivi. I lavoratori immigrati, sempre nello stesso periodo temporale, sono invece aumentati di 733mila unità, rappresentando una componente del tessuto produttivo italiano.

Quello che colpisce è, pure, la composizione della forza lavoro: in 10 anni si sono persi qualcosa come 945.500 occupati full time, mentre sono saliti di 968mila unità i lavoratori in part-time (molto involontario), a testimonianza di come, per far fronte alla crisi, le imprese hanno ridotto gli orari di lavoro (più che licenziato). Ciò, in buona parte, aiuta a comprendere la perdurante stagnazione (invero, ultra decennale) della nostra produttività, il freno a investimenti e crescita, “zavorrati” da un costo del lavoro che pesa sulle aziende, da sempre al top nel confronto internazionale.

Il punto, ed è molto delicato, è che, finiti gli sgravi generalizzati, i dipendenti permanenti sono in caduta: negli ultimi 12 mesi sono scesi di 49mila unità (ieri il ministro Luigi Di Maio ha annunciato, in legge di Bilancio, incentivi ad hoc sulle assunzioni a tempo indeterminato - senza però aggiungere dettagli). I dipendenti a termine, all’opposto, hanno raggiunto il picco, 3.143.000 persone.

Per il capo economista di Confindustria, Andrea Montanino, l’aumento del tasso di occupazione al 59%, ad agosto, «ci avvicina alla Ue. Il lavoro a termine rimane nella media europea e, in questi anni, ha sostituito quote di lavoro indipendente».

Certo, l’aumento, più forte, dei contratti a termine ad agosto è legato essenzialmente «all’utilizzo massiccio da parte imprese delle vecchie regole favorito dal regime transitorio introdotto nel decreto dignità, specie per i rinnovi», ha sottolineato, il professor Arturo Maresca («La Sapienza», Roma).

Tra le aziende regna l’incertezza. «E da novembre la situazione rischia di peggiorare - ha aggiunto l’economista Marco Leonardi (Statale di Milano) - per il duplice disincentivo sui contratti a termine e sul tempo indeterminato, dopo la sentenza della Consulta sugli indennizzi. Serve una manovra coraggiosa che punti su imprese e crescita, se non si vuole bloccare di nuovo il mercato del lavoro».


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