Servizi per il lavoro

Centri per l’impiego: la babele degli aiuti

di Eugenio Bruno e Claudio Tucci

La caccia ai 20 miliardi da inserire in legge di bilancio per il reddito di cittadinanza, che impegnerà il governo gialloverde (soprattutto nella sua componente “gialla”) da qui al 10 ottobre, ha messo nel mirino già da un po’ Garanzia giovani, e più in generale il nuovo sistema di politiche attive, centri per l’impiego compresi, riformato appena tre anni fa, nel 2015, dal Jobs act. Complice un meccanismo che ancora non è decollato (anche per il groviglio di competenze ancora oggi, a titolo V della Costituzione invariato, rigidamente ripartite tra Stato e Regioni) e le “disomogeneità” che continuano a caratterizzare, da Milano a Palermo, i programmi per lavoro e formazione. Che nascono, più o meno tutti, con l’obiettivo, apprezzabile, di contrastare la disoccupazione, giovanile e non, e per favorire il re-inserimento occupazionale di categorie svantaggiate. Ma che, poi, sempre più spesso, si limitano a emanare bandi (a volte in formato “mini”) per tamponare l’emergenza del momento, senza un disegno organico e omogeneo alle spalle.

Il reddito di cittadinanza

Il nuovo strumento che l’esecutivo Conte vuole ora mettere in campo, il reddito di cittadinanza - 780 euro mensili per tre anni (ma prorogabili) vincolati, al momento, a quattro requisiti (ricerca attiva del lavoro, completamento dei percorsi di formazione, involontarietà della disoccupazione e reddito familiare) e che si perde se si rifiutano tre proposte di impiego “congrue”- , è solo un altro tentativo, molto oneroso (si parla di 10 miliardi di finanziamento) per affrontare l’emergenza povertà e lavoro. Che, gioco forza, però, dovrà fare i conti con le misure già in campo nei territori. E che, alla voce politiche attive, nel 2017, sono valse poco più di un miliardo di euro.

La ricerca

La cifra, ripartita per Regioni, è contenuta in uno studio, curato dal Cnos-Fap e dal centro di ricerche Noviter, diretto da Eugenio Gotti, che verrà presentato domani al Senato. La ricerca analizza 238 avvisi emanati dalle Regioni italiane nel 2017. Parliamo di circa due miliardi di euro, complessivi, poco più di un miliardo, come detto, investito sulle politiche attive, oltre 830 milioni sulla formazione (su cui si veda l’articolo sotto).

Ebbene, il quadro che emerge - rappresentato nella cartina qui accanto - è oltremodo significativo della “babele” di interventi messi in campo. C’è il Lazio che ha puntato sui tirocini extracurriculari per avvicinare al lavoro i giovani “Neet” o sulla Carta “ricaricabile” per erogare servizi di formazione e politiche attive appannaggio anche dei disoccupati over50. La Calabria ha finanziato l’inserimento occupazionale (con particolare attenzione ai disabili) e i centri per l’impiego. Anche la Sicilia ha spinto su avvisi per implementare le “performance” di Garanzia giovani, ma, per ora, con scarso successo. Se è vero, come conferma Eurostat, che tutto il Sud continua a occupare i primi posti per la classifica dei ragazzi che non studiano né lavorano.

Addirittura peggio della Sicilia, nel 2017, è risultata solo la Guyana francese. All’opposto, invece, Regioni come Piemonte, Veneto, Toscana, Lazio e soprattutto, Lombardia, che con la Dote unica lavoro, si è distinta invece per la governance pubblico-privata del mercato del lavoro locale, unendo formazione e servizi di ricollocazione mirata (e retribuendo gli operatori prevalentemente a risultato occupazionale raggiunto). Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive, per la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione, ha messo sul piatto 32 milioni. Un granello di sabbia rispetto ai 650 milioni spesi (fonte Eurostat 2015) per mantenere operativi i centri per l’impiego.

Caccia alle risorse

Sulla capacità di mettere a sistema queste iniziative si gioca il buon avvio del reddito di cittadinanza (metà marzo, come indicato ministro del Lavoro, Luigi Di Maio). A prescindere, ovviamente, dal suo effettivo finanziamento (si guarda anche ai 2,5 miliardi dell’attuale Rei, il reddito d’inclusione antipovertà introdotto dai governi Renzi-Gentiloni). Garanzia giovani, all’avvio (2013), è stata finanziata, tra risorse statali e fondi Ue, con oltre 1,5 miliardi. Nel 2017 è stata rifinanziata con ulteriori 1,2 miliardi, già ripartiti tra le regioni. Sull’utilizzo di queste risorse è in corso una interlocuzione con l’Unione europea. Di cui, al momento, è difficile prevedere l’esito. Anche perché i fondi comunitari hanno regole e limiti ben precisi di utilizzo. Gli stessi che scatterebbero per il reddito di cittadinanza, qualora si riuscisse a ottenere il semaforo verde da Bruxelles.


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