Servizi per il lavoro

Il gap competenze ostacola la crescita della produttività

di Claudio Tucci

C’è anche una «questione competenze» che, in Italia più che in altri paesi europei, ostacola la crescita della produttività (del lavoro) e della capacità di innovare, specie da parte delle imprese medio-piccole.

È il «disallineamento» tra quanto si apprende tra i banchi e ciò che le imprese richiedono; «un altro circolo vizioso», lo ha definito ieri il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella sua relazione annuale; e che rischia, oggi, di «assumere particolare rilevanza» nella prospettiva di una crescente diffusione delle nuove tecnologie e della conseguente minore domanda occupazionale per attività standardizzate e ripetitive.

Il fenomeno non è affatto da sottovalutare: nella media del periodo 2005-2015, secondo dati riportati nella relazione della Banca d’Italia, il 40% dei lavoratori italiani possedeva un livello di istruzione «significativamente diverso» da quello necessario per la professione svolta (un valore superiore a quelli di Francia, Germania, e persino della media europea, solo la Spagna aveva una percentuale più elevata).

In prevalenza, si tratta di possedere titoli di studio più bassi rispetto a quelli richiesti dal mondo del lavoro (ciò dipende, anche, dall’elevata quota di persone anziane che non hanno conseguito un diploma). In parte minore c’è pure un tema di «overeducation», con quasi la metà dei laureati italiani che viene impiegata in professioni (e mansioni) che non richiedono titoli di studio elevati (a pesare è anche la scarsa fiducia nel «valore segnaletico» dei voti accademici - si pensi che nei primi cinque anni della carriera lavorativa la quota di “colletti bianchi” sovraistruiti sfiora il 60 per cento).

Il punto è che bisogna puntare sulla «qualità del capitale umano», con investimenti in formazione, pubblici e privati, e riscoprendo l’importanza «cruciale» dell’aggiornamento delle competenze durante tutto l’arco della vita, non solo cioè durante gli anni dell’istruzione.

Gli ultimi governi, da Mario Monti a Paolo Gentiloni, hanno provato a invertire rotta, ma i risultati stentano ad arrivare. L’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria dal 2015, fatica a decollare; l’apprendistato “duale” mostra numeri, in crescita, ma bassini; la formazione continua e i fondi interprofessionali sono ancora gravati da lacci e lacciuoli burocratici che ne frenano il raggio d’azione. Senza considerare i ritardi nel rendere operativo il credito d’imposta sulle spese formative legate a Industria 4.0; e le politiche attive, una delle gambe principali del Jobs act, che sono rimaste al palo.

Tutto ciò condiziona, inevitabilmente, il mercato del lavoro, che nel 2017, ha ricordato sempre ieri la Banca d’Italia, ha confermato le solite luci e ombre: è cresciuta l’occupazione, specie quella dipendente; ma le ore lavorate per addetto sono risultate ancora inferiori di circa il 5 % ai livelli pre-crisi e oltre il 60% dei lavoratori part-time avrebbe preferito un impiego a tempo pieno (erano quasi il 40% del totale nel 2008).

Certo, c’è bisogno di crescita e di maggiore fiducia. Ma anche di un (veloce) recupero dei rendimenti dell’istruzione. Solo così si potrà completare quello scambio virtuoso redditività-produttività-salari; una (nuova) frontiera del mercato del lavoro che anche la nostra contrattazione collettiva sta iniziando a riscoprire.


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